La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita

E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

Inizio dell’anno, tempo di bilanci…

2020. È arrivato senza che abbia avuto tempo di soffermarmi sul fatto che sta iniziando un nuovo anno, una nuova decade un nuovo decennio. Quest’anno compirò 25 anni, quindi il 2020 ha anche un significato personale, perché 25 è un traguardo ‘da adulti’ che segna in modo più tangibile una nuova fase della mia vita in cui in realtà sono già da un po’ ma non ho avuto tempo di fermarmi a pensarci. Quindi lo faccio adesso, un modo per tracciare il percorso fatto fin qui e fermare qualche riflessione che rispecchia questo periodo della mia vita, di cui questo blog è una cronaca indiretta. Questo post non avrà una grande coerenza tematica, ma riassume un po’ “il punto della situazione” nella mia vita.

Partiamo da un po’ di eventi significativi. Nel marzo 2018 ho ottenuto la laurea triennale in Sociologia, al termine di un percorso meraviglioso che mi ha fatto capire di appartenere a questo campo del sapere. Dopo la laurea mi sono iscritta a un corso di formazione in Genere, politica e istituzioni organizzato dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, perché ero indecisa su che strada prendere per la laurea magistrale: una specializzazione più orientata verso le tematiche dello sviluppo turistico e territoriale o più verso la ricerca sociale pura? Mentre stavo seguendo questo corso, mi è stato chiesto di partecipare alla redazione di un progetto di intervento sugli stereotipi di genere (Be.St – Beyond Stereotypes) dando una mano ‘dietro le quinte’ alla stesura dei materiali-guida per le scuole per combattere gli stereotipi e implementare un’organizzazione e una didattica attente all’inclusività. È stata un’esperienza breve ma intensa, che si è conclusa con la presentazione del progetto nel novembre 2018.

Inoltre, quasi in contemporanea, nell’autunno 2018, sono stata coinvolta in un progetto di ricerca che è durato quasi due anni e di cui vi parlerò quando sarà concluso. È stata un’esperienza che mi ha dato la possibilità e la responsabilità di misurarmi in prima persona con il fare ricerca in ambito sociologico con uno sguardo di genere e che mi ha fatto definitivamente capire che produrre conoscenza scientifica sui fenomeni sociali è un’impresa a cui voglio dedicare la mia vita e, inoltre, che ci sono ancora moltissimi ambiti dove si possono dare contributi significativi e fare la differenza.  A volte, leggendo la letteratura scientifica su un argomento, può sembrare che tutto sia già stato detto e fatto, ma lavorando ‘sul campo’ a un progetto concreto ci si rende conto che le domande senza risposta o quelle per cui esistono risposte piccole e frammentarie sono molto di più di quelle su cui esiste un corpus di risposte consolidato. Questo progetto non è ancora finito e ha assorbito una parte significativa del mio tempo, ma ha significato anche imparare più cose di quante non abbia mai imparato in pochissimo tempo. Ho macinato libri e articoli accademici, imparato a utilizzare software per l’analisi dei dati, preso parte al lavoro sul campo. Ora che la fase più intensa del lavoro è passata, mi sembra che sia trascorsa un’eternità, ma è stato solo l’anno scorso. Il 2019 è un anno che è stato interamente definito dal lavoro, un anno faticoso che è passato troppo in fretta, ma anche un anno in cui sono passata – e me ne sono accorta solo dopo – dall’essere una studentessa ad essere qualcosa di diverso, ancora in transizione fra un ruolo ‘adolescenziale’ e uno ‘adulto’. Di certo, indietro non si può tornare.

Il 2019 è stato anche l’anno in cui io e il mio compagno abbiamo festeggiato il nostro ottavo anniversario. La nostra relazione è evoluta negli anni che abbiamo condiviso, attraversando insieme l’adolescenza e arrivando ad essere due giovani adulti. Per questo uso la parola ‘compagno’ piuttosto che ‘ragazzo’: dopo tanto tempo, credo che il nostro legame meriti una parola più forte che renda l’idea del fatto che desideriamo trascorrere le nostre vite insieme. Il sogno, per ora destinato a rimanere tale finché non avremo finito entrambi gli studi, è di convivere e poter stare insieme ‘da adulti’, con un piccolo spazio che sia solo nostro. Non parlo volentieri di questo perché so che è un traguardo che richiederà un lavoro e un reddito prima di poter diventare concreto, ma ci siamo trovati sempre più spesso a fare progetti per il futuro e a discutere delle nostre vite in termini di impegno civico e condivisione di uno stile di vita diverso da quello delle nostre rispettive famiglie d’origine, in cui riporre tutto ciò in cui crediamo e che ci definisce. Voglio però ricordare il 2019 come l’anno dei progetti, l’anno in cui abbiamo aperto il discorso sul nostro futuro con più concretezza, piuttosto che parlarne solo come una lontana speranza.

A ottobre del 2019 mi sono iscritta alla laurea magistrale in Analisi dei Processi Sociali, sempre presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca. Questo corso di laurea è la prosecuzione di Sociologia più orientata verso i metodi e le tecniche del fare ricerca, completando la formazione più teorica della triennale per costruire la ‘cassetta degli attrezzi’ dei sociologi. Fin dall’inizio è stato chiaro che si tratta di una sfida molto più impegnativa della triennale, in cui il salto di difficoltà è netto. Ciò è evidente fin dalla numerosità delle classi: se in triennale eravamo circa in 180, ora siamo in 20. Il corso è iniziato con un lavoro a progetto che – non mi vergogno a dirlo – mi ha portata sull’orlo di un burnout emotivo, nel senso che mi sono ritrovata sopraffatta da ciò che mi era richiesto, senza tempo per dormire a sufficienza, per staccare e smaltire lo stress e la tensione accumulati, al punto che alla conclusione del progetto ero così debole e fiacca che non sono riuscita a fare nulla per giorni. Ricordare a me stessa che questo mi è successo è necessario per tenere sempre presenti i miei limiti di essere umano e la necessità di proteggermi in termini di benessere emotivo facendo attenzione alle mie scelte, perché non esiste un esame che valga il sacrificio del proprio equilibrio mentale. Novembre 2019 è stato il mese forse peggiore della mia vita, un mese in cui ho sperimentato la sensazione opprimente di non potere fisicamente mettermi a fare altro che non fosse lavorare sul progetto per quell’esame.

Fra dicembre e l’inizio di gennaio ho preparato un altro esame, mettendoci tutta me stessa. Adesso che l’appello d’esami è finito, posso dire con orgoglio di non essere indietro. Porsi l’obiettivo di fare tutto nei tempi prestabiliti non è particolarmente saggio, ma sento che al termine di questi due anni mi attendono le ‘vere’ sfide: entrare nel dottorato di ricerca e diventare una ‘vera’ ricercatrice. Voglio essere all’altezza dei miei obiettivi. Questo 2020 inizia con la consapevolezza dei traguardi raggiunti negli ultimi due anni, che mi hanno trasportata, come dicevo, in una fase diversa della vita rispetto a quando stavo studiando durante la laurea triennale. È difficile definire la differenza perché sto ancora studiando, ma sento il futuro più vicino e sento che ciò che richiedo a me stessa e che l’ambiente intorno a me mi richiede è molto di più rispetto a prima. Sento anche di non poter più pensare a me stessa solo come studentessa, ma di dover fare il punto sui cambiamenti che mi hanno portata dove sono ora e sulle loro implicazioni.

Partiamo, di nuovo, dal principio. Ci sono le cose che ho fatto, ma ci sono anche le cose a cui ho rinunciato per poter fare spazio nella mia vita e nel mio tempo a questi progetti impegnativi. La prima cosa a cui ho rinunciato per avere più tempo e più energie mentali è stare sui social network: ho dapprima disattivato e poi definitivamente cancellato il mio account Facebook. Questo ha implicato anche rinunciare a svolgere attivismo femminista su Facebook, che negli anni delle superiori e della triennale è stato una parte molto importante della mia vita, attraverso gruppi e iniziative come Il Maschilista di Merda – MDM, La Friendzone non Esiste e Doppio Standard. So di aver contribuito a costruire comunità che all’epoca in cui le ho lasciate erano floride e vitali, comunità di cui ora non so più nulla ma che mi auguro continuino a prosperare e a svolgere la loro importante funzione di luoghi virtuali di dibattito e consapevolezza, ma anche dove le persone possono trovare sostegno e comprensione senza giudizi. Un po’ mi mancano. Ma ho dovuto rinunciarvi perché la gestione quotidiana di tutte queste interazioni virtuali era logorante sul piano emotivo e veramente molto onerosa in termini di tempo: dare ascolto alle persone e discutere di temi femministi non è qualcosa che si può fare con superficialità. Ho anche sacrificato il mio tempo per scrivere su questo blog, ma questo spazio è mio e non devo, per fortuna, rispettare nessuna scadenza o quota. Distaccarmi dai social network e dalla lettura delle notizie online mi ha dato più prospettiva sugli eventi, senza sentirmi appiattita sull’attualità che scorre a una velocità insostenibile per processare ciò che succede in modo compiuto. L’unica fonte di informazioni che seguo è lo show su YouTube Breaking Italy di Alessandro Masala, che posso ascoltare al mattino in treno. Inoltre, Alessandro è molto preciso nel documentarsi, espone il suo punto di vista argomentando con dati e confronti e contestualizza sempre i fatti in scenari e prospettive più ampi, rendendo le sue puntate interessanti anche oltre l’attualità istantanea. Oltre a lui, i programmi di attualità americani Last Week Tonight con John Oliver e Full Frontal con Samantha Bee, che affrontano problemi specifici unendo rigore fattuale e comicità che mi fa ridere davvero, mi danno una prospettiva su ciò che succede negli Stati Uniti che mi rende felice di vivere in uno Stato che funziona meglio degli USA. L’Italia ha tantissimi difetti, ma gli USA sembrano un ottimo prototipo di come governare ogni aspetto della cosa pubblica nel modo peggiore possibile, invece di intervenire per rimediare a problemi strutturali come povertà e disuguaglianza.
Un’altra cosa che mi ha dato il rinunciare a seguire il flusso delle notizie giorno per giorno, istante per istante, è lo scoprire che non è imbarazzante ammettere di non essere aggiornata su tutto quello che succede nel mondo, ma è perfettamente accettabile chiedere a un’altra persona di chiarire un attimo di cosa sta parlando. Mi ha dato inoltre la possibilità di scambiare la frammentarietà dei quotidiani con l’approfondimento dei libri, il che sembra un luogo comune ma è vero: il tempo per leggere che ho a disposizione è sempre destinato a diminuire, il che significa che devo scegliere di impiegarlo leggendo libri che abbiano valore oltre la contingenza della situazione, che possano contribuire alla mia formazione, darmi conoscenze che consolidino la mia preparazione in vista del futuro a cui voglio puntare, quello del divenire ricercatrice. Oppure, leggendo narrativa. Immergersi in altri mondi non è una perdita di tempo, ma un modo di nutrire la mente e rigenerarmi: nei periodi di stress, ho sentito più forte che mai il desiderio di leggere romanzi e mi sono buttata in autori che mi hanno avvinta in storie che ho divorato e amato: Keigo Higashino, Stephen King, Andrew Peterson e Brandon Sanderson sono i quattro scrittori nelle cui storie ho riposato la mente in questo anno appena trascorso e che consiglio a tutti. Coincidenza, si tratta anche di quattro generi diversi: il giallo per Higashino, l’horror/fantasy per King, l’azione militare per Peterson e il fantasy puro per Sanderson.

Fra i buoni propositi per quest’anno, oltre a continuare sulla strada che ho scelto, c’è sicuramente impegnarmi di più nell’ambito civico e cercare di vivere in modo più sostenibile, leggere tutti i libri che attendono nella pila dei non letti, che mi guarda dagli scaffali della libreria e dallo schermo del Kindle, e in definitiva avvicinarmi, passo dopo passo, a conquistare i miei obiettivi. Forse il 2020 non sarà un anno di grandi svolte e grandi progetti come lo è stato il 2019, ma se sarà un anno di consolidamento che mi porterà più vicina a ciò che voglio raggiungere, così sia. Di certo, mi impegnerò affinché sia così.

Plus ultra!

“Materia Sacra” di Ugo Fabietti

Mi sono imbattuta in questo libro per caso, l’ho trovato al bookcrossing della stazione da dove prendo il treno per andare in università. Il bookcrossing è una cosa meravigliosa! Per chi non lo sapesse, consiste in una serie di spazi disseminati in vari luoghi in cui chiunque può lasciare un libro e da cui chiunque può prendere un libro, a condizione di restituirlo. Non c’è nessun controllo, è un sistema interamente basato sulla fiducia e sulla reciprocità.
Tornando al libro, il titolo mi ha incuriosita subito: “Materia Sacra. Corpi, oggetti, immagini, feticci nella pratica religiosa“; l’autore, Ugo Fabietti, è professore di Antropologia culturale nella mia università, Milano-Bicocca, oltre che presso la Bocconi. Non ho ancora seguito corsi con lui e non so se ne avrò l’occasione, ma avendo iniziato un corso proprio di antropologia culturale in questo trimestre la coincidenza mi ha spinta a prendere con me questo libro.

L’autore, nella prefazione, ne descrive i contenuti in questo modo: “Il primo capitolo si sofferma sull’uso del termine religione. Prende in considerazione il processo di costruzione del campo religioso come oggetto di riflessione, i limiti dell’uso del termine religione nell’ambito degli studi antropologici oltre ad alcuni problemi legati al tema della comparazione.
Il secondo capitolo è incentrato sulla questione dell’autorità religiosa. È un tentativo di mostrare come carisma e credenza, contrariamente all’idea prevalente secondo cui l’autorità si inscriverebbe solo in essi, siano entrambi correlati, almeno in molti casi, alla presenza di oggetti-segno che consistono in ‘cose’ manufatte, naturali o ritenute di provenienza divina.
Il terzo capitolo, dedicato al tema della disciplina, dibatte la questione di quanto il corpo, e il suo disciplinamento, siano centrali in ogni forma di religione. La disciplina, come si sa, è un comportamento ‘normato’ che per essere davvero tale deve essere ‘incorporato’ non solo in un habitus, ma anche in un sistema sensoriale, senza il quale rimane puro testo, privo d’incidenza sulla vita dei soggetti.
Il quarto capitolo si occupa di violenza. Violenza della e nella religione. In esso vengono discussi alcuni punti relativi alla questione della violenza religiosa come fenomeno storico, ma il capitolo è incentrato soprattutto sulla violenza nella religione. Qui, infatti, la violenza appare, in connessione con il tema della trascendenza, come un vero e proprio ‘meccanismo di produzione del sacro’, e quindi come una componente centrale, a livello sia reale sia metaforico, della stessa religione.
Il quinto capitolo tratta del sacrificio. Esso si riallaccia al precedente sulla violenza e discute un topos classico degli studi religiosi da un punto di vista antropologico. Attraverso la ripresa critica di alcune teorie classiche e contemporanee, il capitolo tenta di mettere in luce il rapporto tra immanenza e trascendenza per mezzo di alcuni esempi specifici, relativi specialmente all’iniziazione, alla caccia e infine al sacrificio/martirio così come è considerato nelle religioni abramitiche.
Il sesto capitolo parla del mondo delle cose che determinano il rapporto dell’essere umano con il trascendente. Qui sono presi in considerazione i temi del ‘potere’ delle cose sui soggetti anche alla luce delle differenti ontologie che, diversamente da quelle fondate sul dualismo spirito/materia, guardano alla realtà come a un complesso intreccio di scambi tra umano, animale e materiale inorganico (un tema ripreso nel nono capitolo) e vengono inoltre discusse le nozioni di feticcio e di feticismo.
Il settimo capitolo considera il ruolo delle immagini nella religione, il turbamento, lo sconcerto che esse hanno suscitato in passato e che continuano a suscitare attualmente; ma prende anche in considerazione l’uso che di esse è sempre stato fatto nella pratica religiosa. Il capitolo discute anche del ‘mito dell’aniconismo’ per mostrare come, al di là delle posizioni di rifiuto anche più radicali nei confronti delle immagini, queste ultime siano comunque necessarie per pensare la trascendenza.
L’ottavo capitolo prende in considerazione i gesti nella religione e la loro efficacia in relazione all’ambito materiale e alla manipolazione di sostanze e oggetti, soprattutto in relazione all’alimentazione. I gesti esprimono ‘figure’ e pertanto sono, potremmo dire, metafore. Ma i gesti ‘fanno’, ‘sono’, manipolano cose, sostanze, per cui devono anch’essi essere considerati espressione di un’incorporazione della realtà materiale, anzi, uno dei modi in cui il corpo ‘entra’ nella pratica religiosa.
L’ultimo capitolo, il nono, tratta delle visioni e della loro incidenza sulla vita pratica dei soggetti e delle comunità, nonché dell’importanza che, nella visione e nel sogno (i fenomeni meno materiali che si possano immaginare), rivestono la materia e gli oggetti.”

Tutto questo è solo uno stringatissimo riassunto dei contenuti del libro, che coprono uno spettro di argomenti davvero vastissimo, da Sant’Agostino alla fusione fra cristianesimo e religioni tradizionali dopo la conquista spagnola dell’area andina, dalla comparsa di una macchia di salnitro interpretata come la Madonna in un sottopasso di Chicago agli shahid, i martiri-terroristi islamici, passando per  la rielaborazione del cristianesimo fatta dal popolo ngaing della Papua Nuova Guinea dopo i contatti con i missionari europei e per la spiritualità degli indiani uroni del Nord America. E’ stata una delle letture più stimolanti e arricchenti che abbia fatto da parecchio tempo, in termini di puro piacere di scoprire e imparare cose nuove. Sono dispiaciuta che il libro non sia mio, perché ci sono tanti punti dove avrei voluto appiccicare segnalibri adesivi, evidenziare, fare orecchie. Ne comprerò una copia personale, appena ne avrò l’occasione.

Alla luce dei recenti attentati di Parigi, penso che sia opportuno riportare una serie di passi tratti dal quinto capitolo, dedicato al tema del sacrificio, in cui l’autore affronta il tema degli autori di attacchi suicidi. Sono un po’ lunghi, ma non avrei potuto tagliarli ulteriormente senza compromettere il significato del testo.
“Le dichiarazioni lasciate dai protagonisti, così come dagli aspiranti, unitamente ai commenti dei loro supporter e di quanti ne condividono, in toto o in parte, il progetto, convergono verso la nozione di martirio, istishahad. Per una più che probabile confluenza semantica derivata dal modello cristiano antico del martirio, che fa di colui o colei che lo subisce o che lo cerca volontariamente il ‘testimone’ della fede (in greco il martys è ‘il testimone’), anche il martire musulmano (shahid) è autore di una ‘testimonianza’ (shahadah) che comporta, nel caso dell’attentatore-suicida, un’idea di ‘sacrificio martiriale’ (istishahad). Nell’ambito della tradizione musulmana […] la nozione di martirio è spesso inseparabile dalla concezione, anch’essa ampiamente dibattuta, che si ha del jihad, […] il cui senso autentico è qualcosa come ‘lotta sulla via di Dio’. […] L’Islam non possiede, se non per alcuni principi fondamentali, un’unità dottrinaria pari a quella cristiana-cattolica. Esso è costituito da una pluralità di vedute validate da tradizioni discorsive diverse, le quali sono riconoscibili come ‘islamiche’ nel momento (e fino al momento) in cui si autoriconoscono, e sono riconosciute, come tali (Asad, 1986).
In linea generale il martire musulmano è dunque il testimone della vera fede. […] Nella congiuntura attuale il jihad è riconosciuto, in quanto fatto socialmente, politicamente e ideologicamente rilevante, ‘non in virtù delle cause locali che lo hanno determinato, né per le singole biografie dei suoi combattenti, ma come una serie di effetti globali che hanno assunto una propria universalità che va oltre tali particolarità’ (Devji, 2005, pag. 87). Questi effetti globali sulla politica e sul pubblico, nonché sull’immaginario dei ‘jihadisti’ medesimi, sono spesso il prodotto dei media. Più che delle storie personali dei singoli, delle condizioni ambientali in cui vivono, o delle scuole dottrinarie di riferimento, queste scelte sono il frutto di un ‘immaginario martiriale’. […] Oggi la maggior parte di coloro che prendono parte al jihad come aspiranti shahid sembrano essere determinati, nelle loro scelte, da messaggi mediatici. Il istishahad è infatti diventato uno spazio di ‘discorso visuale’ nel quale va certamente collocata un’intenzione comunicativa di tipo politico ma anche, e soprattutto, un modo di rappresentare a se stessi il proprio destino, la propria missione, il proprio nemico e il proprio gesto che, nel caso degli attentatori suicidi, si presenta appunto come un ‘martirio-testimonianza’ (shahadah).
Questo ‘ambiente mediatico’ non influenza soltanto il pubblico occidentale e gli stessi attori, ma anche il pubblico musulmano che finisce per ricevere una rappresentazione mediatizzata del istishahad come fatto ‘globale’, svincolata dal contesto particolare e quindi uniforme, nel quale l’attentatore proietta la speranza di essere percepito come martire, tanto dai musulmani quanto dai non musulmani. Nel processo mediatico, la fusione tra il morire come martirio e il vedere come testimonianza raggiunge un’intensità di gran lunga superiore a quella raggiunta nel contesto entro il quale, come sembra, questa speciale coincidenza semantica tra essere martiri ed essere testimoni prese originariamente forma [il contesto del martirio cristiano ai tempi delle persecuzioni, nei primi secoli della cristianità, ndr]”.

“Il gesto dello shahid è, per definizione, quello di colui che si autoimmola in quanto testimone della propria fede o della ‘causa’. Questo gesto estremo trova una sua ragion d’essere all’interno di una particolare configurazione disposizionale e motivazionale, innescata da concezioni specifiche della ‘sacralità’ e della trascendenza, oltre che da un’idea particolare della relazione tra corpo e anima, tra materia e spirito. […] In uno studio dedicato alle necropolitiche nella congiuntura coloniale e postcoloniale, Achille Mbembe ha scritto che nella Palestina odierna convivono ‘due logiche apparentemente inconciliabili: la logica del martirio e la logica della sopravvivenza’ (Mbembe, 2006, p. 71), dove, in entrambe, sono compresenti a loro volta le idee di morte, terrore e libertà. […] L’aspirante shahid, prima di compiere il gesto che porterà (auspicabilmente per lui) alla propria morte e a quella dei suoi nemici, si sottopone a un processo di sacralizzazione che ricorda in maniera notevole quello della vittima e del sacrificante nella teoria del sacrificio di Hubert e Mauss (1898a). Questi […] videro il processo di consacrazione di entrambi i soggetti come un movimento ascendente dal profano al sacro (trascendente), e ritorno. La struttura […] del sacrificio prevede infatti la progressiva ascesa della vittima e del sacrificante dallo stato profano a uno stato di sacralità che culmina con la distruzione della vittima stessa e con un subitaneo ritorno della vittima e dell’officiante medesimo allo stato profano: il sacrificante riacquista il suo normale ruolo nella società, ma ‘con qualcosa in più’ che gli proviene dal contatto con il sacro, mentre la vittima si trasforma in semplice resto materiale dopo che la sua vita è stata ‘donata’ (dal sacrificante). […] Naturalmente nel caso del martire islamico le cose stanno diversamente, ma non del tutto, dal momento che concentra su di sé la doppia funzione di sacrificante e di vittima al tempo stesso.
L’aspirante martire viene solitamente ‘consacrato’ o ‘si consacra’ con preghiere e dichiarazioni di intenti riguardo ai motivi che lo spingono ad affermare la verità della fede o della causa, e spesso dopo aver ricevuto una benedizione da parte di un imam. è solo a questo punto che sceglie il suo obiettivo. Le vittime dell’attentato sono obiettivi-preda scelti in luoghi in cui […] si radunano per necessità o per abitudine […]. L’attentatore-cacciatore si mimetizza, nasconde cioè le armi nel proprio corpo, pronto a diventare un’arma egli stesso. Poiché assieme alle vittime del suo gesto diventerà vittima lui stesso, l’aspirante martire è a questo punto in uno stato di ‘sospensione’ che ne fa, per certi aspetti, un ‘già morto’. Infatti l’espressione con cui egli è indicato dai suoi è al shahid al hayy, ‘il martire vivente’.
Come in un rito di passaggio (da essere umano comune a shahid), l’attentatore si pone, con la consacrazione, in uno stato transitorio che precede la sua definitiva trasformazione nella condizione ricercata […]. Non è un caso che nell’intervallo che intercorre tra la consacrazione e l’azione suicida, lo shahid al hayy si sottoponga alle stesse restrizioni purificatrici previste per altre occasioni rituali della tradizione musulmana. […] La violenza distruttiva che scaturisce dall’atto di autoeliminazione potrebbe voler significare, come scrive Mbembe, che con un simile gesto si vuole ‘chiudere a tutti la porta alla possibilità di vivere’ (Mbembe, 2006, p. 72). Questa semplice constatazione sembra a prima vista contrastare con il ‘desiderio di libertà’ che gli attentatori suicidi (per esempio i palestinesi) vogliono esprimere con il loro gesto. Tale gesto […] si inscrive in un processo più complesso, che vede entrare in azione una concezione particolare del rapporto tra violenza, trascendenza e vita.
Nel suo studio comparativo sul ruolo svolto dalla violenza nella creazione della dimensione trascendente Bloch (1992) ha prospettato […] che tale violenza, lungi dall’essere un’istanza connaturata, sia il prodotto più generale delle varie forme che le relazioni politiche possono assumere. L’idea di Bloch è che, subendo una violenza nella fase di ‘andata’ (quando per esempio un individuo è sottoposto ai riti che lo allontanano da un certo status), egli è dominato dalle forze trascendenti (antenati, divinità) le quali […] ‘vegliano’ sul rito. Questa violenza ‘uccide’ colui che è sottoposto a un rito […] al punto che si parla dell’iniziando come di un ‘morto’. è tuttavia in questo stato intermedio di sospensione che l’individuo acquisisce quella forza che gli consentirà di ‘fare ritorno’, più forte di prima sul piano ‘politico’. In tal modo, infatti, costui risulterà dotato di uno status superiore a quello che gli era proprio in precedenza, e che ha definitivamente abbandonato. […] L’autodistruzione perseguita dall’aspirante martire potrebbe essere interpretata come un atto mirante a fortificare il sacrificante e la sua comunità di fronte alle sofferenze subite per mano di un nemico. L’aspirante martire, nel suo lavoro di consacrazione che precede il gesto finale, si carica di una forza che può provenirgli solo e unicamente dalla dimensione trascendente: Dio o la comunità stessa per la quale si immola. è con questa forza ‘aggiunta’ che l’aspirante shahid può lanciarsi contro il suo obiettivo. è una forza spirituale, che trascende l’immanenza del suo stesso corpo. […]
Il corpo dell’aspirante martire non è infatti qualcosa da proteggere, tutt’altro. Esso non ha né potere né valore, in quanto corpo. Ha potere ‘solo in quanto è sottoposto a un processo di astrazione basato sul desiderio di eternità’, in quanto ‘il martire, avendo stabilito un momento di supremazia nel quale ha prevalso sulla propria natura mortale, può essere visto come operante nel segno del futuro’ (Mbembe, 2006, p. 73). […] Il fatto che il martire ‘operi nel segno del futuro’ indicherebbe, oltre alla presenza di una concezione messianica del tempo, anche la ‘direzione’ della motivazione al martirio: il martire annulla se stesso per il futuro dei suoi, della sua fede, della sua comunità. Il corpo dello shahid che nel caso delle ‘bombe umane’ si dissolve è quindi solo un mezzo per accedere alla trascendenza. In che modo? Mediante il sacrificio del corpo medesimo. […] Emerge, dunque, una concezione particolare del rapporto che lega vita, morte e rinascita, tipico di tutte le concezioni religiose e laiche che vedono nel sacrificio del singolo un mezzo per affermare l”eternità’ del gruppo (la comunità dei credenti, la nazione, ecc.). Il sacrificio del martire musulmano (istishahad) ha infatti senso solo in vista di una vita ulteriore, la quale non è necessariamente solo quella del martire in paradiso, ma anche quella, fisica e terrena, della sua comunità”.

Svolte

Care lettrici e cari lettori del Ragno, mi prendo un po’ di spazio dai soliti argomenti di cui scrivo per parlare un po’ di me e dei miei progetti. Un piccolo momento di riflessione per fare il punto sulla situazione in cui mi trovo in questa fase della mia vita.

Allora, mi sono iscritta al corso di laurea in Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, il che significa che scriverò un sacco di post sulle cose che sto imparando e cercherò di dare una prospettiva maggiormente scientifica agli argomenti di cui tratto di solito, con l’aiuto dei manuali. In particolare, Psicologia Sociale è una materia che ha moltissimi punti di contatto con diverse cose di cui scrivo, come pregiudizi, stereotipi, binarismo di genere e sessismo (oggi, ad esempio, abbiamo discusso della socializzazione di bambini e bambine e di come questo abbia ripercussioni sulle attitudini che svilupperanno in futuro, come nella scelta del corso di laurea a cui iscriversi). Ma gli strumenti della Sociologia mi verranno in aiuto anche per altre tematiche, per esempio per riflettere sulla mentalità complottista e più in generale sui meccanismi cognitivi che le persone adottano. E poi c’è Storia Contemporanea, e visto che i fatti del Secolo Breve sono un’altra grande mia passione conto di scrivere anche di questo.

Insomma, mi trovo in un ambiente nuovo, aperto e meravigliosamente stimolante, dove posso approfondire tutti i miei principali interessi intellettuali. Sento di essere al posto giusto per me e sono entusiasta delle prospettive che mi si aprono, della possibilità di studiare quello che mi interessa realmente e di lasciarmi alle spalle – finalmente posso dirlo – la mediocrità e il conformismo di certi insegnanti del liceo. Insomma, sono passata da un ambiente dove avevo insegnanti che negavano l’esistenza di una differenza fra i concetti di “sesso” e “genere” a uno dove i professori nemmeno menzionano la parola “sessi” per indicare uomini e donne nel senso di maschi e femmine; sono passata da un ambiente dove l’attualità era disprezzata a uno dove ogni giorno veniamo “interrogati” su quali avvenimenti riteniamo i più significativi della giornata e perché, dove essere informati è considerato non un valore, ma un dovere, una necessità.

Mi trovo in quel particolare stato mentale che è l’essere immersi in un nuovo inizio. Un inizio ricco di sfide: a metà ottobre partirò per uno stage di due mesi a Malta, un’esperienza di cui voglio scrivere, sia al ritorno sia, sperabilmente, durante il suo svolgimento. L’opportunità di mettermi alla prova in qualcosa di completamente nuovo, che non ho mai fatto prima, un po’ mi intimorisce, essendo (come era solito dire il mio professore di filosofia) “potentemente sfidante”, ma proprio per questo mi entusiasma anche.

In tutto questo, sento che anch’io sto cambiando, che le mie idee e la mia visione del mondo si fanno più definite anche attraverso lo scontro con le idee dei miei familiari. Nel rigetto di queste idee altrui che non mi appartengono più mi sento più libera e più forte. In realtà questa fase è solo il culmine di un processo che ho iniziato all’inizio dell’adolescenza, quando ho smesso di ammirare incondizionatamente i miei genitori, un processo che è continuato nel corso degli anni del liceo mentre definivo le mie idee su alcune questioni per me fondamentali (gli OGM, il femminismo) e continua adesso che sto acquisendo le conoscenze e gli strumenti critici per ragionare su questioni come la politica in senso ampio (la cultura di sinistra, per esempio) piuttosto che in modo ridotto all’attualità come prima.

Concludo con un’ultima piccolissima riflessione: le ragazze alate, nella visione di molte adolescenti che scelgono questo simbolo, sono un simbolo di una creatura speciale ma fragile, delicata. Le sue ali di piume, le sue ali da libellula, possono spezzarsi da un momento all’altro, e il desiderio di libertà si scontra con questa fragilità.

Io mi sono sentita così molto a lungo, ma ora non più. Ora mi sento una guerriera alata: pronta ad affrontare qualsiasi sfida mi si pari di fronte e a spiccare il volo, far above the clouds, come il titolo di una canzone di Mike Oldfield. E con questa immagine voglio chiudere il post.

 

Angel Warrior