Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 3)

Questo post è parte di una serie che riassume e traduce i dati tratti da  The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey – 2010 Summary Report Prevention, di cui potete trovare la prima parte qui e la seconda qui. Le prime due parti hanno affrontato, rispettivamente, la metodologia della ricerca e le diverse forme di stupro e di violenza sessuale, e lo stalking. In questa terza parte, ci occuperemo invece della violenza domestica, che nella ricerca è chiamata “violence by an intimate partner” (violenza da parte di un/a partner intimo/a, per includere anche i casi in cui i due partner non siano conviventi) ed è rilevata coprendo tutto lo spettro dei vari tipi di violenza, purché il perpetratore sia il/la partner, attuale o ex. Le definizioni usate sono quindi le stesse dei post precedenti per gli stessi indicatori, come nel caso della violenza sessuale e dello stalking; in aggiunta ci sono: violenza fisica (include comportamenti che vanno dagli schiaffi, i pugni e le spinte fino a essere picchiata/o, bruciata/o o strangolata/o); aggressione psicologica (insulti e umiliazioni, controllo coercitivo, che include tutti i comportamenti volti a controllare, sorvegliare o minacciare il/la partner), controllo della salute sessuale e riproduttiva (rifiuto di usare contraccettivi voluti dal/la partner, tentativi di un uomo di mettere incinta la partner contro la volontà di lei, e tentativi di una donna di restare incinta contro la volontà dell’uomo).

Violenza domestica - dati sulle vittime donne.
Violenza domestica – dati sulle vittime donne.

Analizzando dapprima i dati sulle vittime donne, il 35,6% (circa 42,4 milioni di donne) ha vissuto violenza da parte di un partner o ex nel corso della sua vita; per la maggioranza si tratta di violenza fisica (32,9%), mentre il 9,3% è stata stuprata da un partner o ex e il 10,7% ha subito stalking da un partner o ex.

Violenza domestica, dati sulle vittime uomini.
Violenza domestica, dati sulle vittime uomini.

Passando poi ai dati sulle vittime uomini, il 28,5% (circa 31,9 milioni di uomini) ha vissuto violenza domestica da parte di un partner o ex nel corso della sua vita; per la netta maggioranza si tratta di violenza fisica (28,2%) e per un 2,1% si tratta di stalking (lo stupro non è conteggiato perché le percentuali di risposta erano troppo basse per avere valore statistico).

Ripartizione dei vari tipi di violenza, per vittime donne.
Ripartizione dei vari tipi di violenza, per vittime donne.

Dati altrettanto interessanti sono quelli che riguardano la sovrapposizione fra i diversi tipi di violenza: tra tutte le donne del campione che hanno sperimentato violenza, il 56,8% ha vissuto solo violenza fisica, il 14,4% sia violenza fisica che stalking, il 12,5% sia violenza fisica, che stalking, che stupro, l’8,7% sia stupro che violenza fisica. Questo dimostra che la violenza fisica è la forma di violenza più diffusa, ma che per molte donne la violenza colpisce in varie forme, il che la rende più traumatica e difficile da superare.

Violenza domestica 4

Per quanto riguarda gli uomini, invece, la sovrapposizione è rara: il 92,1% ha vissuto solo violenza fisica, il 6,3% sia violenza fisica che stalking, e per tutte le altre combinazioni troppo pochi uomini le hanno riportate per produrre dati con una qualche valenza statistica.

I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime donne, splittati per tipi di violenza.
I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime donne, splittati per tipi di violenza.

Dato che la ricerca indaga lo stupro da parte del partner con gli stessi indicatori usati per la sezione sulla violenza sessuale, possiamo sapere che del 9,4% di donne che hanno subito stupro da un partner o da un ex, il 6,6% ha vissuto una penetrazione forzata completa, il 2,5% una tentata penetrazione forzata, il 3,4% è stata penetrata mentre era sotto effetto di alcool o droga. Per le altre forme di violenza sessuale, che riguardano il 16,9% (19 milioni circa) delle donne, per il 9,8% si è tratta di essere forzata al sesso in modo non fisico (per esempio, attraverso ricatti o minacce), per il 6,4% di contatti sessuali non voluti, per il 7,8% di molestie sessuali senza contatto fisico.

I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime uomini, splittati per tipi di violenza.
I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime uomini, splittati per tipi di violenza.

Per quanto riguarda gli uomini, troppo pochi hanno riportato informazioni sullo stupro, quindi non è possibile ottenere dati con una qualche valenza statistica. Invece, per le forme di violenza sessuale diverse dallo stupro compiute da partner o ex, che riguardano l’8% degli uomini (circa 9 milioni), il 2,2% è stato forzato a penetrare il/la partner o ex, il 4,2% ha sperimentato di essere stato forzato al sesso in modo non fisico, per il 2,6% si tratta di contatti sessuali non voluti, e per il 2,7% di molestie sessuali senza contatto fisico.

Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime donne, splittati per categoria.
Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime donne, splittati per categoria.

Possiamo fare lo stesso ragionamento con i tipi di violenza fisica, la più diffusa per le vittime donne: il 30,3% (36,2 milioni di donne circa) è stata spintonata, schiaffeggiata o colpita con un pugno da un partner o ex, mentre il 24,3% (quasi 29 milioni) ha subito forme di violenza fisica più severe: il 17,2% è stata sbattuta contro qualcosa dal partner o ex, il 14,2% è stata presa a pugni o colpita con un oggetto pesante, l’11,2% è stata pestata in senso stretto. C’è anche un 7,1% di donne prese a calci e un 9,7% di tentati strangolamenti e soffocamenti e un 4,6% di donne aggredite con un coltello o una pistola.

Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime uomini, splittati per categoria.
Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime uomini, splittati per categoria.

Per le vittime uomini, il 25,7% è stato spintonato, schiaffeggiato o colpito con un pugno da un partner o ex (circa 29 milioni di uomini), mentre il 13,8% (circa 15,6 milioni di uomini) ha subito forme di violenza fisica più severe: il 9,4% è stato preso a pugni o colpito con un oggetto pesante, il 4,3% preso a calci, e meno del 3% ha sperimentato ciascuna delle altre forme di violenza grave, fra cui un 2,8% di uomini aggrediti con un coltello o una pistola e un 1,1% di tentati strangolamenti e soffocamenti.

Quindi, dividendo per categoria i dati sullo stalking, riscontriamo che il 10,7% delle donne ha subito stalking da parte di un partner o ex, di cui il 77,4% tramite telefonate o SMS, il 64,8% si è trovata il partner/ex sotto casa, al lavoro o a scuola, e il 37,4% è stata seguita od osservata. Circa il 2,1% degli uomini ha subito stalking da un partner o ex, di cui l’83,7% tramite telefonate o SMS, il 52,1% si è trovato il partner/ex sotto casa, al lavoro o a scuola, il 52,1% è stato seguito od osservato.

Violenza psicologica, per categorie, sulle donne (sopra) e sugli uomini (sotto).
Violenza psicologica, per categorie, sulle donne (sopra) e sugli uomini (sotto).

Per la violenza psicologica, il 48,4% delle donne negli USA (57,6 milioni circa) ne è stato vittima ad opera di un partner o ex: per il 40,3% di loro si è trattato di insulti, umiliazioni, comportamenti minacciosi, per il 41,1% di forme di controllo coercitivo. Per gli uomini, invece, il 48,8% (55,2 milioni circa) ne è stato vittima ad opera di un partner o ex: per il 31,9% si è trattato di insulti, umiliazioni, comportamenti minacciosi, per il 42,5% di controllo coercitivo.

Per quanto riguarda, infine, il controllo della salute sessuale e riproduttiva, l’8,6% delle donne riporta che il partner o ex ha cercato di metterla incinta contro la sua volontà, mentre il 6,7% riporta che il partner si è rifiutato di usare il preservativo. Il 10,4% degli uomini riporta che la partner ha cercato una gravidanza che loro non volevano o ha cercato di impedirgli di usare contraccettivi, e il 3,8% ha avuto un partner che si è rifiutato di usare il preservativo.

Questi dati non completano il quadro della violenza domestica (o comunque da parte di un partner o ex), che sarà completato invece nella prossima puntata, ma ci mostrano con chiarezza le seguenti conclusioni:
– le donne subiscono complessivamente violenza domestica in misura maggiore rispetto agli uomini (35,6% contro 28,5%);
– le donne subiscono più forme di violenza domestica in misura maggiore rispetto agli uomini;
– le donne subiscono violenza domestica di tipo sessuale in misura maggiore rispetto agli uomini;
– le donne subiscono violenza domestica fisica, sia lieve che grave, in misura maggiore rispetto agli uomini;
– gli uomini subiscono violenza domestica psicologica in misura lievemente maggiore rispetto alle donne (48,8% contro 48,4%).

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 2)

La prima parte di questa serie di post, con la fonte originale da cui sono tratti i dati, le indicazioni metodologiche e la trattazione dei risultati relativi allo stupro e alle altre forme di violenza sessuale, è qui, in ogni caso risponderò a qualsiasi domanda in merito agli aspetti di metodo della ricerca.
La seconda parte si focalizza sullo stalking, una forma di violenza nelle relazioni in cui la preponderanza di perpetratori maschili è molto meno netta rispetto alla violenza sessuale. Innanzitutto, la ricerca definisce lo stalking in questo modo: “lo stalking coinvolge un pattern di tattiche di molestia e minaccia usate da un perpetratore che è al contempo indesiderato e causa nella vittima preoccupazione per la sua sicurezza o paura. Per gli scopi di questa ricerca, una persona è stata considerata vittima di stalking se ha sperimentato più tattiche di stalking oppure una sola tattica per più volte da parte dello stesso perpetratore e si è sentita molto spaventata, o ha ritenuto che lei/lui oppure qualcuna/o dei suoi cari sarebbe stato ferito o ucciso in conseguenza delle azioni del perpetratore”. E’ interessante notare come si tratti di una definizione composita, che considera gli aspetti oggettivi della condotta di stalking, ma anche il loro impatto sulla vita delle persone che lo subiscono.
Le tattiche di stalking rilevate sono: telefonate, messaggi (di testo e vocali) e le telefonate in cui lo stalker riattacca prima che la vittima possa rispondere (hang-ups in inglese) sgraditi; le e-mail, messaggi in chat, ecc sgraditi; regali, fiori, biglietti, lettere sgraditi; osservare o seguire la vittima a distanza, spiarla con delle cimici, telecamere, o GPS; avvicinarsi alla vittima o presentarsi in posti come la sua casa, luogo di lavoro, scuola, in modo indesiderato; lasciare oggetti strani o minacciosi ala vittima affinché li trovi; introdursi nella casa o nella macchina della vittima per spaventarla, o per farle sapere che lo stalker è stato lì.

Circa 1 donna su 6 negli USA (16,2%) è stata vittima di stalking nel corso della sua vita, cosa che l’ha fatta sentire molto spaventata e le ha fatto ritenere che lei, o qualcuno dei suoi cari, sarebbe stata uccisa dallo stalker. Questo equivale a circa 19,3 milioni di donne negli USA. Circa 1 uomo su 19 (5,2%) negli USA è stato vittima di stalking nel corso della sua vita, il che equivale a 5,9 milioni di uomini.

Stalking 1

Nei grafici seguenti, le tattiche di stalking sono state divise per prevalenza, sia per le vittime donne che per gli uomini. Prevalgono nettamente i mezzi in cui lo/la stalker non ricorre alla violenza fisica.

Stalking 2 Stalking 3Ancora più interessanti sono i dati in cui i perpetratori di stalking sono classificati in base alla relazione che avevano con le vittime. “Due terzi delle vittime donne (66,2%) hanno riportato stalking ad opera del partner o dell’ex partner e quasi un quarto (24%) ha riportato stalking ad opera di un/a conoscente. Quasi 1 su 8 (13,2%) ha riportato stalking da parte di un/un’ estraneo/a“.
Circa 4 su 10 vittime uomini (41,4%) hanno riportato di aver subito stalking da un partner nel corso della loro vita, e una percentuale simile ha indicato di aver subito stalking da un/a conoscente (40%). Quasi 1/5 delle vittime uomini (19%) ha riportato stalking da parte di un/un’ estraneo/a e il 5,3% ha riportato stalking da un membro della famiglia“.

Stalking 4 Stalking 5

La maggioranza delle vittime, sia donne (76%) che uomini (82,2%) ha subito stalking da una sola persona nel corso delle loro vite, mentre il 17% delle vittime donne lo ha subito da due persone e il 7,1% addirittura da tre stalker diversi. Per gli uomini, il 9,6% ha subito stalking da due persone.

Arrivando al genere dei perpetratori, “tra le vittime donne di stalking, l’82,5% ha riportato solo perpetratori maschi; l‘8,8% ha riportato solo perpetratori femmine; e il 4,6% ha riportato di aver subito stalking sia da perpetratori maschi che femmine“. “Tra le vittime uomini di stalking, quasi la metà (44,3%) ha riportato di aver subito stalking solo da perpetratori maschi, con una proporzione simile (46,7%) che ha riportato solo perpetratori femmine. Circa 1 vittima uomo su 18 (5,5%) ha riportato di aver subito stalking sia da perpetratori maschi che femmine“. Anche qui, la prevalenza dei perpetratori uomini su vittime donne è netta, mentre gli uomini sono vittime di stalking in misura leggermente maggiore (2,4% in più) ad opera di donne piuttosto che di uomini.

I grafici sottostanti riportano una suddivisione delle vittime di stalking a seconda dell’età che avevano quando hanno subito il primo episodio di stalking, sia per le donne che per gli uomini. La maggioranza delle vittime donne ha subito stalking tra i 18 e i 24 anni (34,3%), al secondo posto le donne tra i 25 e i 34 anni (28,5%), al terzo le ragazzine tra gli 11 e i 17 (18,3%).
Per gli uomini, la maggioranza delle vittime ha subito stalking tra i 25 e i 34 anni (29,6%), al secondo posto gli uomini tra i 18 e i 24 (27,9%), al terzo gli uomini tra i 35 e i 44 (19,4%). Lo stalking di ragazzini adolescenti è meno diffuso sui maschi: “solo” il 7% delle vittime aveva un’età fra gli 11 e i 17.

Stalking 6

Stalking 7

In conclusione i dati ci dicono con sicurezza che:
– le vittime di stalking sono in maggioranza donne (16,2%) che uomini (5,2%);
– le donne subiscono stalking soprattutto ad opera di uomini (82,5%), gli uomini leggermente più ad opera di donne (46,7%) ma in misura notevole anche ad opera di altri uomini (44,3%);
– per le donne è più probabile subire stalking in giovane età (11-17): 18,3% delle vittime, contro il 7% per i maschi.

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso!

La violenza di genere è un fenomeno internazionalmente riconosciuto, un criterio di analisi che copre le forme di violenza le cui vittime sono donne, ragazze e bambine e i cui colpevoli sono uomini: femminicidi, stupri, molestie sessuali, violenza domestica, ecc. Tentare di smantellare questo criterio attraverso la tesi secondo cui sarebbe parziale, in quanto questi fenomeni sono egualmente distribuiti fra i generi sia in relazione alle vittime sia in relazione ai perpetratori, è intellettualmente disonesto e non supportato da alcuna evidenza empirica che regga ad una seria revisione delle procedure metodologiche.
Ora, a nessuno piace scavare nei dati, ma qualsiasi opinione che voglia avere una pretesa di validità deve fondarsi sui dati. I dati che ho scelto di riportare oggi sono tratti dal The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey – 2010 Summary Report Prevention (disponibile in pdf), a cura di Michele C. Black, Kathleen C. Basile, Matthew J. Breiding, Sharon G. Smith, Mikel L. Walters, Melissa T. Merrick, Jieru Chen e Mark R. Stevens per conto del National Center for Injury Prevention and Control, ramo del Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, Georgia, pubblicato nel 2011, e si riferiscono ovviamente agli Stati Uniti. Le traduzioni dei passi della ricerca sono riportate con nota del numero della pagina nel pdf di cui sopra.
Iniziamo dagli aspetti metodologici della ricerca, quelli da cui si evince la qualità e la generalizzabilità dei dati ottenuti. Il NIPSVS è “un’indagine rappresentativa a livello nazionale svolta con tecnica telefonica RDD (random digit dial) che raccoglie informazioni sulle esperienze di violenza sessuale, stalking, violenza nelle relazioni, su uomini e donne che parlano inglese e/o spagnolo e non sono istituzionalizzate/i, hanno età maggiore o uguale a 18 anni e vivono negli USA” (pag. 1). “Interviste complete sono state ottenute da 16.507 adulti (9086 donne e 7421 uomini)” (pag. 1), a partire da un totale di “18.049 interviste (9970 donne e 8079 uomini) svolte sulla popolazione generale degli Stati Uniti” (pag. 8). Si hanno perciò 1542 interviste incomplete. “Solo intervistatrici donne hanno somministrato l’indagine, dato che ricerche precedenti hanno mostrato che intervistatrici donne potrebbero con maggiore probabilità creare condizioni che inducano i rispondenti ad aprirsi (Dailey e Claus, 2001)” (pag. 11).  La nota metodologica prosegue notando che laddove l’errore standard relativo (RSE) ottenuto al momento dello splitting dei dati in alcune categorie era maggiore del 30%, o laddove la stima era basata su un numero di casi minore o uguale a 20, i dati non sono stati riportati perché non avrebbero nessun valore.
“All’interno delle categorie di violenza (es: stupro, altra violenza sessuale, ogni forma di grave violenza fisica, ogni forma di impatto della violenza domestica riportata) i rispondenti che hanno riportato più di una sottocategoria di violenza sono stati inclusi solo una volta nelle stime, ma sono inclusi in ogni sottocategoria rilevante. Per esempio, una vittima di penetrazione completa sotto l’effetto di alcool o droga e di penetrazione completa forzata è inclusa i entrambe le sottocategorie dello stupro, ma è conteggiata una sola volta nelle statistiche sulla diffusione dello stupro” (pag. 12).

Nelle ultime due colonne a destra, le percentuali (sul totale delle donne statunitensi) di coloro che hanno subito stupri e altre violenze nei 12 mesi precedenti all'inchiesta.
Nelle ultime due colonne a destra, le percentuali (sul totale delle donne statunitensi) di coloro che hanno subito stupri e altre violenze nei 12 mesi precedenti all’inchiesta.

 

Nelle ultime due colonne a destra, la percentuale (sul totale degli uomini statunitensi) di coloro che hanno subito stupri o altre violenze nei 12 mesi precedenti all'inchiesta.
Nelle ultime due colonne a destra, la percentuale (sul totale degli uomini statunitensi) di coloro che hanno subito stupri o altre violenze nei 12 mesi precedenti all’inchiesta.

“Quasi 1 donna su 5 negli USA è stata stuprata nel corso della sua vita (18,3%). Questo equivale a quasi 22 milioni di donne negli USA. La forma più comune di stupro vissuta dalle donne è stata la penetrazione completa forzata, vissuta dal 12,3% delle donne negli Stati Uniti. Il 5,2% ha vissuto un tentativo di penetrazione forzata, e l’8% una penetrazione completa sotto l’effetto di alcool o droga. […] Circa 1 su 71 uomini negli USA (1,4%) ha riportato di essere stato stuprato nel corso della sua vita, il che si traduce in quasi 1,6 milioni di uomini negli USA” (pag. 18).
“Quasi 1 donna su 2 (44,6%) e 1 uomo su 5 (22,2%) ha vissuto una forma di violenza sessuale diversa dallo stupro nell’arco della propria vita” (pag. 19)”. I dati esatti sono contenuti nelle tabelle, perciò non li riporto uno per uno.

“Più della metà delle vittime di stupro donne (51,1%) ha riportato che almeno uno dei perpetratori era un partner o un ex partner. Quattro vittime donne su 10 (40,8%) hanno riportato di essere state stuprate da un conoscente. Quasi una vittima donna su 8 (12,5%) ha riportato di essere stata stuprata da un membro della sua famiglia, e il 2,5% da una persona in posizione d’autorità. Quasi 1 vittima donna su 7 (13,8%) ha riportato di essere stata stuprata da un estraneo. Per quanto riguarda il solo stupro in cui la vittima era sotto l’effetto di alcool o droga, la metà delle vittime donne (50,4%) è stata stuprata da un conoscente, mentre il 43% dal partner” (pag. 21).

“Più della metà delle vittime di stupro uomini (52,4%) è stata stuprata da un conoscente, e una vittima uomo su 7 (15,1%)  stata stuprata da un estraneo” (pag. 22). Le stime per le altre tipologie non sono state riportate in quanto basate su un campione troppo piccolo per essere affidabili.

“Per le vittime di stupro donne, il 98,1% ha riportato di essere stata stuprata solo da perpetratori uomini. Inoltre, il 92,5% delle vittime donne di altre forme di violenza sessuale ha riportato solo perpetratori uomini. […] La maggioranza delle vittime di stupro uomini (93,3%) ha riportato di essere stato stuprato solo da perpetratori uomini. Per tre delle altre forme di violenza sessuale la maggioranza delle vittime uomini ha riportato solo perpetratori donne: essere forzati a penetrare qualcuno (79,2%), coercizione sessuale (83,6%) e contatti sessuali non consensuali (53,1%). Per le molestie sessuali senza contatto, circa metà delle vittime uomini (49%) ha riportato solo perpetratori uomini e più di 1/3 (37,7%) solo perpetratori donne”. (pag. 24).

Età delle vittime al primo stupro, per le donne.
Età delle vittime al primo stupro, per le donne.

 

Le donne stuprate quando erano minorenni hanno una probabilità più che doppia (35% contro 14%) di essere nuovamente stuprate da adulte.
Le donne stuprate quando erano minorenni hanno una probabilità più che doppia (35% contro 14%) di essere nuovamente stuprate da adulte.

“Più dei 3/4 delle vittime donne di stupro riuscito (79,6%) sono state stuprate per la prima volta prima del loro 25esimo compleanno, con il 42,2% che ha vissuto il primo stupro prima dei 18 anni (di cui il 29,9% tra gli 11 e i 17, il 12,3% prima dei o ai 10 anni)” (pag. 25). La maggioranza di esse è stata stuprata tra i 18 e i 24 anni, tuttavia (37,4%). “Più di un quarto delle vittime di stupro riuscito uomini (27,8%) è stato stuprato per la prima volta quando avevano 10 anni o meno” (pag. 25).

Quello che possiamo concludere dall’analisi dei dati relativi allo stupro e alle violenze sessuali è che:
– esse sono compiute, con una predominanza schiacciante (>90%), da uomini, sia su uomini che su donne;
– le vittime uomini sono molte meno delle vittime donne (non che sia una gara, ma è intellettualmente disonesto affermare il contrario): 18,3% contro 1,4%;
– le vittime uomini sono in maggioranza bambini di età fino a 10 anni (27,8%), mentre la fetta più grossa di vittime donne sono giovani fra i 18 e i 24 (37,4%).

La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte prima)

Questo articolo rappresenta la traduzione di un pezzo di sette pagine scritto da Kate Pickert per Time del 14 gennaio 2013, originariamente intitolato What choice? U.S. abortion-rights activists won an epic victory in “Roe v. Wade”. They’ve been losing ever since (Le traduzioni rientrano nell’ambito del fair use (nello specifico, a scopo divulgativo) e non costituiscono una violazione del copyright).  “Roe v. Wade” (fonte: Wikipedia in lingua inglese) è la sentenza della Corte Suprema del gennaio 1973 che ha reso legale l’aborto negli Stati Uniti. Anche in Italia stiamo assistendo ad un attacco sistematico al diritto all’aborto tramite l’obiezione di coscienza sempre più diffusa, le azioni dei gruppi pro-life e i tentativi di attaccare legalmente la Legge 194 (finora falliti, fortunatamente). Le informazioni più recenti in merito alla situazione italiana sono esposte in questo articolo di Marina Terragni.

 

“Sono le otto del mattino di un mercoledì, e Tammi Kromenaker è al telefono, impegnata a cercare di districare un casino con l’assicurazione. Dopo 15 minuti passati a discutere con un operatore addetto alla fatturazione, la direttrice della Red River Women’s Clinic di Fargo, nel North Dakota, inizia a prepararsi per le pazienti che arriveranno a breve. I membri dello staff arrivano uno dopo l’altro. Uno mette un DVD di vecchie sitcom sul televisore della sala d’attesa. Un altro raddrizza una pila di riviste. Qualcuno prepara una tazza di caffè. Per le dieci, la clinica è affollata di pazienti. Prima della fine della giornata, 18 donne si sottoporranno ad aborti chirurgici alla Red River. Altre quattro riceveranno aborti farmacologicamente indotti.

Kromenaker è nata nel gennaio 1972, un anno prima che la Corte Suprema degli Stati Uniti deliberasse sul caso Roe v. Wade. Ha trascorso la sua intera vita da adulta a fornire aborti ed è fra le centinaia di direttori di cliniche sparsi per gli USA che stanno fronteggiando un numero sempre crescente di normative sull’aborto imposte dai singoli Stati. Alla Red River, l’unica clinica che pratica aborti dell’intero North Dakota, una donna deve attendere 24 ore fra la prenotazione di un appuntamento e l’arrivo alla struttura. Una volta lì, deve sottoporsi ad una seduta di assistenza psicologica e test che può durare fino a cinque ore. Se è minorenne, deve comunicarlo ai genitori, ottenere il permesso di uno o entrambi, a seconda di chi abbia la custodia, oppure ottenere l’approvazione di un giudice. Come in altri 30 Stati, il programma Medicaid del North Dakota non copre l’aborto eccetto che nei casi di stupro o incesto o se necessario per proteggere la vita della madre.

Negli ultimi due decenni, leggi come quella che regolano gli appuntamenti alla Red River sono state emanate regolarmente da legislatori pro-life a livello statale, che hanno ridisegnato i confini dell’aborto legale negli Stati Uniti. Nel 2011 sono passate 92 nuove norme che regolano l’aborto – un numero da record – dopo che i Repubblicani hanno ottenuto nuove e più ampie maggioranze nel 2010 in molte legislature in tutto il Paese. Queste leggi rendono ogni anno più difficile esercitare un diritto considerato il più importante successo del movimento femminista nel ventesimo secolo. Oltre al North Dakota, altri tre stati (Sud Dakota, Mississippi e Arkansas) hanno una sola clinica operativa che fornisce aborti chirurgici. Il numero delle cliniche che forniscono aborti in tutto il Paese è sceso dai 2908 del 1982 ai 1793 del 2008, l’ultimo anno per cui sono disponibili dati. Ottenere un aborto in America al giorno d’oggi, in alcuni posti è più difficile di quanto non lo fosse 40 anni fa, quando è diventato un diritto protetto dalla Costituzione.

Si potrebbe pensare che le recenti vittorie elettorali di Barack Obama e dei Democratici al Congresso abbiano creato i presupposti per un’inversione della tendenza. La campagna del presidente ha mobilitato i votanti democratici e le donne attorno al tema dei diritti riproduttivi – uno sforzo che, secondo alcuni exit poll, ha prodotto la più ampia frattura di genere nel voto mai registrata nella storia. Ma mentre il diritto all’aborto è garantito da una legge federale, la prerogativa di decidere chi può avere accesso al servizio e sotto quali circostanze spetta ai singoli Stati. E a livello statale, gli attivisti che difendono il diritto all’aborto stanno inequivocabilmente perdendo.

Parte del motivo sta nel fatto che l’opinione pubblica si sta schierando sempre di più con i loro oppositori. Anche se tre quarti degli americani ritiene che l’aborto debba essere legale in alcune o in tutte le circostanze, solo il 41% si è dichiarato esplicitamente pro-choice in un sondaggio Gallup condotto nel maggio 2011. In quest’era di ultrasuoni prenatali e neonatologia sofisticata, un’ampia maggioranza degli americani supporta restrizioni all’aborto come periodi di attesa e leggi che impongano l’obbligo del consenso dei genitori. Gli attivisti pro-life scrivono le leggi che predispongono queste regole. I loro avversari pro-choice, intanto, hanno scelto di restare ancorati alla loro posizione storica secondo cui il governo non dovrebbe mai interferire con le decisioni delle donne sul proprio corpo, una presa di posizione che sembra ignorare la situazione corrente.

Il fallimento degli attivisti pro-choice nell’adattarsi al cambiamento nelle attitudini dell’opinione pubblica sull’aborto ha lasciato la loro causa arenata nel passato, sostiene Frances Kissling, che ha lottato a lungo per il diritto all’aborto ed è stata presidente del gruppo Catholics for Choice. Kissling fa parte di un piccolo gruppo all’interno del movimento pro-choice che cerca di spingere la causa verso posizioni più sfaccettate. “La posizione pro-choice consolidata – che essenzialmente è: l’aborto dovrebbe essere legale, una questione privata fra una donna e il suo medico, senza alcuna regolamentazione o restrizione oltre a quelle strettamente necessarie per proteggere la salute della donna – mette il 50% della popolazione estremamente a disagio e restio ad associarsi con noi”, spiega.

Allo stesso tempo una ribellione interna alla causa pro-choice – che vede contrapposte giovani femministe ventenni e trentenni contro le leader pro-choice che sono state ventenni e trentenni al tempo di Roe v. Wade – minaccia di spaccarla in due. Molte giovani attiviste stanno bypassando l’eredità delle organizzazioni femministe che hanno storicamente protetto l’accesso all’aborto, indebolendo la struttura del movimento pro-choice proprio nel momento in cui ha più bisogno di stringersi attorno a nuove strategie per combattere le vittorie dei pro-life e connettersi con l’opinione pubblica.

Mentre i ricordi delle donne che morivano per gli aborti illegali prima della Roe v. Wade diventano sempre più distanti, la causa pro-choice è in crisi. Nel 1973, le avvocatesse del Center for Constitutional Rights dichiararono che Roe v. Wade fu “un tributo agli sforzi coordinati delle organizzazioni femministe, delle avvocatesse e di tutte le donne di questo paese”. Scrivere un nuovo copione per la causa pro-choice – uno che assicuri che la sentenza Roe v. Wade non venga rovesciata e che l’accesso all’aborto sia preservato e ampliato – richiederà la stessa coordinazione di allora. Se gli attivisti a favore del diritto all’aborto non si uniranno per adattarsi ai cambiamenti nell’opinione pubblica sul tema dei diritti riproduttivi, l’accesso all’aborto in America quasi certamente continuerà a restringersi. Per molte ragioni, la lotta per preservare l’accesso all’aborto è perfino più scoraggiante della lotta per legalizzarlo di 40 anni fa. In una democrazia dinamica come quella americana, difendere lo status quo è sempre più difficile che combattere per cambiarlo. La storia dell’attivismo pro-choice dopo Roe v. Wade rivela che potrebbe non esserci nulla di peggio per il futuro di un movimento politico del conquistare il suo obiettivo primario.

Attorno alla sua area di lavoro alla Red River, Kromenaker ha appeso fotografie di sua figlia e numeri di telefono del dipartimento di polizia di Fargo e di una linea di sicurezza gestita dalla National Abortion Federation. Nello schedario dietro la sua scrivania, conserva una cartelletta verde contenente le lettere che riceve dagli attivisti pro-life. La corrispondenza spazia da note vagamente minacciose a preghiere per l’anima di Kromenaker, dei dottori che lavorano alla Red River e delle sue pazienti. Kromenaker parla pubblicamente con orgoglio del proprio lavoro, ma prende strade diverse ogni giorno per recarsi alla clinica per evitare di cadere in una routine che potrebbe esporla agli attacchi di estremisti pro-life. (Il medico abortista George Tiller si trovava alla messa domenicale della sua parrocchia quando è stato ucciso da un estremista pro-life con un colpo d’arma da fuoco nel 2009). “Anche quando sono da Target [una catena d’abbigliamento statunitense, ndt] a fare shopping, non abbasso mai la guardia”, dice Kromenaker. Può sembrare paranoico essere così vigili, ma verso la fine degli anni ’90 Kromenaker ha testimoniato al processo di un uomo accusato di aver cercato di dare fuoco alla clinica dove lavorava prima della Red River.

Nel 2011, Kromenaker ha testimoniato di nuovo, questa volta di fronte ad una commissione del Senato dello Stato del Nord Dakota, che stava prendendo in considerazione una proposta di legge passata dalla Camera [ciascuno dei 50 Stati che compongono gli USA, a parte il Nebraska che ha ordinamento monocamerale, ha una propria Camera e un proprio Senato, ndt] che proponeva, fra le altre cose, di proibire l’aborto farmacologicamente indotto. Nonostante la testimonianza di Kromenaker e gli sforzi degli attivisti pro-choice del Nord Dakota, la proposta è stata votata al Senato con 42 voti favorevoli e 5 contrari ed è diventata legge il 18 aprile 2011. (La Red River ha avviato un’azione legale per rovesciare la legge, a cui un giudice ha impedito di diventare effettiva).

A novembre, le femministe hanno celebrato la sconfitta di Todd Akin, candidato del Missouri al Senato federale, che aveva dichiarato che il corpo di una donna è in grado di impedire una gravidanza in caso di “stupro legittimo” e di Richard Mourdock dell’Indiana, che aveva dichiarato che le gravidanze risultanti da stupri sono “volute da Dio”. Prima dell’Election Day, Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood [associazione di grande rilevanza che si occupa di diritti riproduttivi, inclusi contraccezione, aborto ed educazione sessuale, molto avversata dai conservatori, ndt], ha dichiarato: “L’ultimo anno e mezzo è stato un periodo notevole nell’unire le donne e gli uomini e un’intera nuova generazione di persone che capiscono che nessuno di questi diritti o servizi può essere dato per acquisito”. Eppure il candidato che ha battuto Mourdock, il democratico Joe Donnelly, è anch’esso un pro-life e ritiene che l’aborto debba essere illegale eccetto che nei casi di stupro, incesto e necessità per salvaguardare la vita della madre. I votanti dell’Indiana hanno eletto il repubblicano conservatore Mike Pence come nuovo governatore. Pence ha lavorato per introdurre leggi che eliminassero i finanziamenti federali alle cliniche per la salute delle donne che forniscono aborti dal 2007, ivi incluso uno sforzo da parte del Partito Repubblicano per tagliare i fondi a Planned Parenthood nel 2011. E nel Nord Dakota, che ha un governatore repubblicano e un parlamento a maggioranza repubblicana, Kromenaker si sta preparando per le nuove leggi che si aspetta saranno introdotte e che dovrebbero garantire ai feti lo status di persona e mettere in discussione direttamente le basi costituzionali della sentenza Roe v. Wade.

Le moderne restrizioni all’aborto sono cominciate nel 1992 con la decisione della Corte Suprema sul caso Planned Parenthood v. Casey (qui sulla Wikipedia in lingua inglese). La corte ha difeso Roe v. Wade, ma ha affermato che gli Stati hanno diritto di regolare l’aborto a condizione che non impongano un “fardello eccessivo” sulle donne. I politici pro-life che emanano leggi che restringono l’accesso all’aborto stanno testando i limiti della sentenza CaseyIl loro obiettivo finale è far arrivare un altro caso di aborto davanti ad una Corte Suprema schierata dalla loro parte per tentare di rovesciare la sentenza Roe. Nel frattempo, in quello che Charmaine Yoest, presidente del gruppo antiabortista Americans United for Life, descrive come una strategia per “aggirare Roe” [oppure “attaccare ai fianchi Roe“, ndt], i pro-life sperano di tagliare drasticamente – o completamente – l’accesso all’aborto a livello statale.” 

Fine prima parte. A questo punto, vorrei aggiungere qualche nota a margine relativa alla situazione di cui parla l’articolo di Kate Pickert. La prima è una serie di considerazioni della femminista statunitense Jessica Valenti riguardo alle restrizioni sull’aborto tradotte in italiano da Maria G. di Rienzo (grazie!), che mostrano a quali livelli siano arrivati i legislatori americani nel tentativo di “testare i limiti della sentenza Casey“. La seconda è che questa situazione mostra con chiarezza la necessità di avere la parità di genere ai vertici del potere legislativo e giudiziario, perché le donne (pur non avendo intrinsecamente qualità migliori o peggiori rispetto agli uomini, e nemmeno differenti, dato che non esistono qualità “femminili” o “maschili” di per sé e a priori, ma uomini e donne individualmente diversi, lo ribadisco), come tutte le minoranze, hanno un’altra ottica nei confronti dei privilegi e delle discriminazioni esistenti nella società e vedono alcune tematiche con un punto di vista diverso. In particolare sul diritto all’aborto in America la divisione fra Democratici-pro-choice e Repubblicani-pro-life sta sfumando perché sempre più Democratici uomini si dichiarano pro-life (così come avviene nell’opinione pubblica), e la tendenza suggerisce che in futuro a difendere l’aborto potrebbero rimanere solo le donne del Partito Democratico.
Attualmente nella storia della Corte Suprema federale statunitense ci sono solo tre giudici donna (Sandra Day O’ Connor, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, quest’ultima attualmente in carica), e questo squilibrio di genere potrebbe effettivamente portare al futuro rovesciamento di Roe v. Wade auspicato dai pro-life.