Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 4-fine)

Questo post è un diretto seguito di questo, cui rimando per la trattazione del modo in cui la violenza nelle relazioni colpisce uomini e donne, in termini di gravità e di ripartizioni fra diversi tipi di violenza. Qui completeremo il quadro, focalizzandoci in primo luogo sul legame fra vittima e perpetratore.
Circa l’86,1% delle vittime donne e l’83,6% delle vittime uomini che hanno sperimentato stupro, violenza fisica, e/o stalking nel corso delle loro vite lo ha vissuto ad opera del partner attuale dell’epoca in cui sono avvenute le violenze, mentre il 21,9% delle vittime donne e il 23,1% lo ha sperimentato ad opera di un ex partner.

Il 70,8% delle vittime donne ha avuto un solo perpetratore, il 20,9% ne ha avuti due, l’8,3% ne ha avuti tre o più. Per le vittime uomini, il 73,1% ha avuto un solo perpetratore, il 18,6% ne ha avuti due, l’8,3% ne ha avuti tre o più.

Violenza domestica 10
Il grafico mostra che il 47,1% delle donne ha subito per la prima volta violenza in una relazione fra i 18 e i 24 anni, il 22,4% addirittura fra gli 11 e i 17 anni, il 21,1% fra i 25 e i 34 anni.

Ripartizione dell'età del primo episodio di violenza in una relazione, per vittime uomini.
Ripartizione dell’età del primo episodio di violenza in una relazione, per vittime uomini.

Questo grafico mostra la ripartizione per età del primo episodio di violenza in una relazione per le vittime uomini: il 38,6% ha subito per la prima volta violenza fra i 18 e i 24 anni, il 30,6% fra i 25 e i 34, il 10,3% fra i 35 e i 44, il 15% tra gli 11 e i 17 anni.

Numerosi studi scientifici mostrano che esiste un effetto dose-risposta nella violenza nelle relazioni: all’aumentare della frequenza e della gravità degli atti di violenza, il loro impatto sulla salute delle vittime aumenta proporzionalmente. A causa dell’elevata variabilità nelle forme della violenza domestica, tuttavia, stimare questa relazione è difficile, ma la ricerca ha chiesto ai/alle rispondenti, per ogni perpetratore e per ogni tipo di violenza, quali dei seguenti effetti la violenza aveva provocato su di loro:
– paura;
– preoccupazione per la propria sicurezza;
– sintomi di disordine da stress post-traumatico (PSTD): incubi, tentativi di evitare di non pensarci e di evitare tutto ciò che potrebbe innescare il ricordo, sentirsi costantemente in guardia o colti di sorpresa, sentirsi distaccati o intorpiditi nei confronti di altri, delle attività che si svolgono, dei propri paraggi;
– ferite/danni fisici;
– bisogno di trattamenti medici in seguito ad episodi di violenza;
– bisogno di un rifugio/centro antiviolenza;
– bisogno di assistenza legale;
– contatti con un numero d’emergenza;
– assenza da scuola o dal lavoro in seguito ad episodi di violenza;
– per coloro che hanno riportato uno stupro: aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile o una gravidanza.
Violenza domestica 12

Nella tabella qui sopra, per ciascuno degli effetti (elencati nello stesso ordine della traduzione) è indicata la percentuale di vittime donne che li ha sperimentati. Al primo posto, vissuta dal 25,7% delle vittime, la paura; seguono i sintomi del disturbo da stress post traumatico (22,3%) e la preoccupazione per la propria sicurezza (22,2%), le ferite o danni fisici (14,8%).

Violenza domestica 13

Questa tabella, invece, riporta gli stessi dati per le vittime uomini: al primo posto (vissuta dal 5,2% delle vittime) è indicata la paura; seguono i sintomi del disturbo da stress post traumatico (4,7%), la preoccupazione per la propria sicurezza (4,5%), le ferite o danni fisici (4%).

Violenza domestica 14

Violenza domestica 15

Nei grafici soprastanti, per le vittime di violenza nella relazione che hanno sperimentato effetti sulla salute, la distribuzione della diffusione dei suddetti effetti, per le donne e per gli uomini.

La ricerca, dopo aver analizzato l’impatto della violenza sulla salute mentale e fisica delle vittime e la distribuzione per ciascuno degli Stati che compongono gli USA dei vari tipi di violenza di cui abbiamo parlato, propone, sulla base di studi precedenti e dei dati emersi, strategie di contrasto alla violenza ripartite fra prevenzione e rimedi. Per la prevenzione, si parte dal promuovere relazioni sane fra genitori e figli, attraverso l’inclusione e il supporto al ruolo genitoriale dei padri, la creazione di ambienti familiari “emozionalmente supportivi” verso i figli, dove siano facilitate le interazioni rispettose e la comunicazione aperta, perché “i genitori che fanno da modello di relazioni intime sane, rispettose, libere da violenza e aggressività promuovono questi pattern relazionali nei figli“. Si suggerisce inoltre di insegnare ai genitori a riconoscere i sintomi degli abusi sessuali sui bambini.

Ulteriore importanza è attribuita alle relazioni fra pari e con le persone con cui si esce (dating partners): “Le caratteristiche di una relazione rispettosa includono: la convinzione nella possibilità di risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza; abilità di comunicazione e risoluzione dei conflitti efficaci; la capacità di negoziare e adattarsi allo stress e gestire in modo sicuro emozioni come la rabbia e la gelosia; la convinzione nel diritto all’autonomia del/la partner, nelle decisioni condivise, nella fiducia. Dagli anni del pre-scuola fino all’adolescenza, i giovani raffinano le loro abilità necessarie per costruire relazioni positive con gli altri. E’ importante promuovere relazioni sane fra i giovani e impedire i pattern di violenza negli appuntamenti che possono proseguire nell’età adulta. E’ importante inoltre rafforzare le relazioni rispettose fra pari per prevenire le molestie sessuali e il bullismo“.

Infine, la terza strategia di prevenzione è centrata sul contesto socio-culturale. “Contrastare le convinzioni, le attitudini, i messaggi che condonano, incoraggiano, facilitano la violenza sessuale, lo stalking, la violenza nelle relazioni. La promozione di relazioni rispettose e non violente non è solo responsabilità degli individui e dei due partner della coppia, ma anche delle comunità e della società in cui vivono. E’ importante continuare ad affrontare le convinzioni, le attitudini e i messaggi profondamente radicati nelle nostre strutture sociali che creano un clima sociale che condona la violenza sessuale, lo stalking, la violenza nelle relazioni. Tali convinzioni e norme sociali sono rafforzate dai messaggi mediatici che ritraggono la violenza sessuale, lo stalking, la violenza nelle relazioni come normali e accettabili, che rafforzano stereotipi negativi sulla mascolinità, o che oggettificano e degradano le donne”.

La ricerca punta anche l’attenzione sulla mancanza di competenze specifiche nel sistema giudiziario, che può portare a minimizzare la violenza e il suo impatto. Per quanto riguarda il contrasto vero e proprio, si punta ad alleviare il fardello che la violenza getta sulle vittime attraverso programmi e servizi volti a “trattare e ridurre il susseguirsi e la gravità della violenza e a spezzare il ciclo della violenza”, ad esempio: “più medici e altri professionisti della sanità hanno bisogno di addestramento sulla cura delle/i pazienti e sui modi di preservare l’evidenza forense relativa alla violenza sessuale. La risposta del sistema sanitario può essere potenziata – e i/le sopravvissuti/e possono essere serviti/e meglio – se più professionisti sono equipaggiati con conoscenze specifiche e con le abilità necessarie per fornire cure mediche e forensi, direzioni, supervisione e leadership, nonché cure rispettose e sensibili e guida per i/le sopravvissuti. […] E’ inoltre importante che i professionisti della sanità siano vigili sui segni e i sintomi della violenza sessuale e domestica durante le visite di routine. Quando tali segni e sintomi sono presenti, dovrebbe essere richiesto che una ricostruzione della storia medica del/la paziente sia redatta, che siano condotte valutazioni dei sintomi e che siano forniti appropriati trattamenti, aiuto psicologico, indicazioni sui rifugi e la protezione, e visite di follow-up“.

Infine, la ricerca rimarca quella che dovrebbe essere un’ovvietà, ovvero la fondamentale importanza dei centri antiviolenza, uniche strutture in grado di fornire protezione fisica, aiuto legale, sostegno psicologico, segretezza e confidenzialità e risorse, in un colpo solo, ribadendo che soprattutto per le donne che non vivono in città l’accesso a questi servizi è un grosso problema.

Questa serie si conclude qui.

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 3)

Questo post è parte di una serie che riassume e traduce i dati tratti da  The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey – 2010 Summary Report Prevention, di cui potete trovare la prima parte qui e la seconda qui. Le prime due parti hanno affrontato, rispettivamente, la metodologia della ricerca e le diverse forme di stupro e di violenza sessuale, e lo stalking. In questa terza parte, ci occuperemo invece della violenza domestica, che nella ricerca è chiamata “violence by an intimate partner” (violenza da parte di un/a partner intimo/a, per includere anche i casi in cui i due partner non siano conviventi) ed è rilevata coprendo tutto lo spettro dei vari tipi di violenza, purché il perpetratore sia il/la partner, attuale o ex. Le definizioni usate sono quindi le stesse dei post precedenti per gli stessi indicatori, come nel caso della violenza sessuale e dello stalking; in aggiunta ci sono: violenza fisica (include comportamenti che vanno dagli schiaffi, i pugni e le spinte fino a essere picchiata/o, bruciata/o o strangolata/o); aggressione psicologica (insulti e umiliazioni, controllo coercitivo, che include tutti i comportamenti volti a controllare, sorvegliare o minacciare il/la partner), controllo della salute sessuale e riproduttiva (rifiuto di usare contraccettivi voluti dal/la partner, tentativi di un uomo di mettere incinta la partner contro la volontà di lei, e tentativi di una donna di restare incinta contro la volontà dell’uomo).

Violenza domestica - dati sulle vittime donne.
Violenza domestica – dati sulle vittime donne.

Analizzando dapprima i dati sulle vittime donne, il 35,6% (circa 42,4 milioni di donne) ha vissuto violenza da parte di un partner o ex nel corso della sua vita; per la maggioranza si tratta di violenza fisica (32,9%), mentre il 9,3% è stata stuprata da un partner o ex e il 10,7% ha subito stalking da un partner o ex.

Violenza domestica, dati sulle vittime uomini.
Violenza domestica, dati sulle vittime uomini.

Passando poi ai dati sulle vittime uomini, il 28,5% (circa 31,9 milioni di uomini) ha vissuto violenza domestica da parte di un partner o ex nel corso della sua vita; per la netta maggioranza si tratta di violenza fisica (28,2%) e per un 2,1% si tratta di stalking (lo stupro non è conteggiato perché le percentuali di risposta erano troppo basse per avere valore statistico).

Ripartizione dei vari tipi di violenza, per vittime donne.
Ripartizione dei vari tipi di violenza, per vittime donne.

Dati altrettanto interessanti sono quelli che riguardano la sovrapposizione fra i diversi tipi di violenza: tra tutte le donne del campione che hanno sperimentato violenza, il 56,8% ha vissuto solo violenza fisica, il 14,4% sia violenza fisica che stalking, il 12,5% sia violenza fisica, che stalking, che stupro, l’8,7% sia stupro che violenza fisica. Questo dimostra che la violenza fisica è la forma di violenza più diffusa, ma che per molte donne la violenza colpisce in varie forme, il che la rende più traumatica e difficile da superare.

Violenza domestica 4

Per quanto riguarda gli uomini, invece, la sovrapposizione è rara: il 92,1% ha vissuto solo violenza fisica, il 6,3% sia violenza fisica che stalking, e per tutte le altre combinazioni troppo pochi uomini le hanno riportate per produrre dati con una qualche valenza statistica.

I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime donne, splittati per tipi di violenza.
I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime donne, splittati per tipi di violenza.

Dato che la ricerca indaga lo stupro da parte del partner con gli stessi indicatori usati per la sezione sulla violenza sessuale, possiamo sapere che del 9,4% di donne che hanno subito stupro da un partner o da un ex, il 6,6% ha vissuto una penetrazione forzata completa, il 2,5% una tentata penetrazione forzata, il 3,4% è stata penetrata mentre era sotto effetto di alcool o droga. Per le altre forme di violenza sessuale, che riguardano il 16,9% (19 milioni circa) delle donne, per il 9,8% si è tratta di essere forzata al sesso in modo non fisico (per esempio, attraverso ricatti o minacce), per il 6,4% di contatti sessuali non voluti, per il 7,8% di molestie sessuali senza contatto fisico.

I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime uomini, splittati per tipi di violenza.
I dati sulla violenza sessuale da parte di partner o ex, per vittime uomini, splittati per tipi di violenza.

Per quanto riguarda gli uomini, troppo pochi hanno riportato informazioni sullo stupro, quindi non è possibile ottenere dati con una qualche valenza statistica. Invece, per le forme di violenza sessuale diverse dallo stupro compiute da partner o ex, che riguardano l’8% degli uomini (circa 9 milioni), il 2,2% è stato forzato a penetrare il/la partner o ex, il 4,2% ha sperimentato di essere stato forzato al sesso in modo non fisico, per il 2,6% si tratta di contatti sessuali non voluti, e per il 2,7% di molestie sessuali senza contatto fisico.

Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime donne, splittati per categoria.
Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime donne, splittati per categoria.

Possiamo fare lo stesso ragionamento con i tipi di violenza fisica, la più diffusa per le vittime donne: il 30,3% (36,2 milioni di donne circa) è stata spintonata, schiaffeggiata o colpita con un pugno da un partner o ex, mentre il 24,3% (quasi 29 milioni) ha subito forme di violenza fisica più severe: il 17,2% è stata sbattuta contro qualcosa dal partner o ex, il 14,2% è stata presa a pugni o colpita con un oggetto pesante, l’11,2% è stata pestata in senso stretto. C’è anche un 7,1% di donne prese a calci e un 9,7% di tentati strangolamenti e soffocamenti e un 4,6% di donne aggredite con un coltello o una pistola.

Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime uomini, splittati per categoria.
Dati sulla violenza fisica da parte di partner o ex, su vittime uomini, splittati per categoria.

Per le vittime uomini, il 25,7% è stato spintonato, schiaffeggiato o colpito con un pugno da un partner o ex (circa 29 milioni di uomini), mentre il 13,8% (circa 15,6 milioni di uomini) ha subito forme di violenza fisica più severe: il 9,4% è stato preso a pugni o colpito con un oggetto pesante, il 4,3% preso a calci, e meno del 3% ha sperimentato ciascuna delle altre forme di violenza grave, fra cui un 2,8% di uomini aggrediti con un coltello o una pistola e un 1,1% di tentati strangolamenti e soffocamenti.

Quindi, dividendo per categoria i dati sullo stalking, riscontriamo che il 10,7% delle donne ha subito stalking da parte di un partner o ex, di cui il 77,4% tramite telefonate o SMS, il 64,8% si è trovata il partner/ex sotto casa, al lavoro o a scuola, e il 37,4% è stata seguita od osservata. Circa il 2,1% degli uomini ha subito stalking da un partner o ex, di cui l’83,7% tramite telefonate o SMS, il 52,1% si è trovato il partner/ex sotto casa, al lavoro o a scuola, il 52,1% è stato seguito od osservato.

Violenza psicologica, per categorie, sulle donne (sopra) e sugli uomini (sotto).
Violenza psicologica, per categorie, sulle donne (sopra) e sugli uomini (sotto).

Per la violenza psicologica, il 48,4% delle donne negli USA (57,6 milioni circa) ne è stato vittima ad opera di un partner o ex: per il 40,3% di loro si è trattato di insulti, umiliazioni, comportamenti minacciosi, per il 41,1% di forme di controllo coercitivo. Per gli uomini, invece, il 48,8% (55,2 milioni circa) ne è stato vittima ad opera di un partner o ex: per il 31,9% si è trattato di insulti, umiliazioni, comportamenti minacciosi, per il 42,5% di controllo coercitivo.

Per quanto riguarda, infine, il controllo della salute sessuale e riproduttiva, l’8,6% delle donne riporta che il partner o ex ha cercato di metterla incinta contro la sua volontà, mentre il 6,7% riporta che il partner si è rifiutato di usare il preservativo. Il 10,4% degli uomini riporta che la partner ha cercato una gravidanza che loro non volevano o ha cercato di impedirgli di usare contraccettivi, e il 3,8% ha avuto un partner che si è rifiutato di usare il preservativo.

Questi dati non completano il quadro della violenza domestica (o comunque da parte di un partner o ex), che sarà completato invece nella prossima puntata, ma ci mostrano con chiarezza le seguenti conclusioni:
– le donne subiscono complessivamente violenza domestica in misura maggiore rispetto agli uomini (35,6% contro 28,5%);
– le donne subiscono più forme di violenza domestica in misura maggiore rispetto agli uomini;
– le donne subiscono violenza domestica di tipo sessuale in misura maggiore rispetto agli uomini;
– le donne subiscono violenza domestica fisica, sia lieve che grave, in misura maggiore rispetto agli uomini;
– gli uomini subiscono violenza domestica psicologica in misura lievemente maggiore rispetto alle donne (48,8% contro 48,4%).

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso!

La violenza di genere è un fenomeno internazionalmente riconosciuto, un criterio di analisi che copre le forme di violenza le cui vittime sono donne, ragazze e bambine e i cui colpevoli sono uomini: femminicidi, stupri, molestie sessuali, violenza domestica, ecc. Tentare di smantellare questo criterio attraverso la tesi secondo cui sarebbe parziale, in quanto questi fenomeni sono egualmente distribuiti fra i generi sia in relazione alle vittime sia in relazione ai perpetratori, è intellettualmente disonesto e non supportato da alcuna evidenza empirica che regga ad una seria revisione delle procedure metodologiche.
Ora, a nessuno piace scavare nei dati, ma qualsiasi opinione che voglia avere una pretesa di validità deve fondarsi sui dati. I dati che ho scelto di riportare oggi sono tratti dal The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey – 2010 Summary Report Prevention (disponibile in pdf), a cura di Michele C. Black, Kathleen C. Basile, Matthew J. Breiding, Sharon G. Smith, Mikel L. Walters, Melissa T. Merrick, Jieru Chen e Mark R. Stevens per conto del National Center for Injury Prevention and Control, ramo del Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, Georgia, pubblicato nel 2011, e si riferiscono ovviamente agli Stati Uniti. Le traduzioni dei passi della ricerca sono riportate con nota del numero della pagina nel pdf di cui sopra.
Iniziamo dagli aspetti metodologici della ricerca, quelli da cui si evince la qualità e la generalizzabilità dei dati ottenuti. Il NIPSVS è “un’indagine rappresentativa a livello nazionale svolta con tecnica telefonica RDD (random digit dial) che raccoglie informazioni sulle esperienze di violenza sessuale, stalking, violenza nelle relazioni, su uomini e donne che parlano inglese e/o spagnolo e non sono istituzionalizzate/i, hanno età maggiore o uguale a 18 anni e vivono negli USA” (pag. 1). “Interviste complete sono state ottenute da 16.507 adulti (9086 donne e 7421 uomini)” (pag. 1), a partire da un totale di “18.049 interviste (9970 donne e 8079 uomini) svolte sulla popolazione generale degli Stati Uniti” (pag. 8). Si hanno perciò 1542 interviste incomplete. “Solo intervistatrici donne hanno somministrato l’indagine, dato che ricerche precedenti hanno mostrato che intervistatrici donne potrebbero con maggiore probabilità creare condizioni che inducano i rispondenti ad aprirsi (Dailey e Claus, 2001)” (pag. 11).  La nota metodologica prosegue notando che laddove l’errore standard relativo (RSE) ottenuto al momento dello splitting dei dati in alcune categorie era maggiore del 30%, o laddove la stima era basata su un numero di casi minore o uguale a 20, i dati non sono stati riportati perché non avrebbero nessun valore.
“All’interno delle categorie di violenza (es: stupro, altra violenza sessuale, ogni forma di grave violenza fisica, ogni forma di impatto della violenza domestica riportata) i rispondenti che hanno riportato più di una sottocategoria di violenza sono stati inclusi solo una volta nelle stime, ma sono inclusi in ogni sottocategoria rilevante. Per esempio, una vittima di penetrazione completa sotto l’effetto di alcool o droga e di penetrazione completa forzata è inclusa i entrambe le sottocategorie dello stupro, ma è conteggiata una sola volta nelle statistiche sulla diffusione dello stupro” (pag. 12).

Nelle ultime due colonne a destra, le percentuali (sul totale delle donne statunitensi) di coloro che hanno subito stupri e altre violenze nei 12 mesi precedenti all'inchiesta.
Nelle ultime due colonne a destra, le percentuali (sul totale delle donne statunitensi) di coloro che hanno subito stupri e altre violenze nei 12 mesi precedenti all’inchiesta.

 

Nelle ultime due colonne a destra, la percentuale (sul totale degli uomini statunitensi) di coloro che hanno subito stupri o altre violenze nei 12 mesi precedenti all'inchiesta.
Nelle ultime due colonne a destra, la percentuale (sul totale degli uomini statunitensi) di coloro che hanno subito stupri o altre violenze nei 12 mesi precedenti all’inchiesta.

“Quasi 1 donna su 5 negli USA è stata stuprata nel corso della sua vita (18,3%). Questo equivale a quasi 22 milioni di donne negli USA. La forma più comune di stupro vissuta dalle donne è stata la penetrazione completa forzata, vissuta dal 12,3% delle donne negli Stati Uniti. Il 5,2% ha vissuto un tentativo di penetrazione forzata, e l’8% una penetrazione completa sotto l’effetto di alcool o droga. […] Circa 1 su 71 uomini negli USA (1,4%) ha riportato di essere stato stuprato nel corso della sua vita, il che si traduce in quasi 1,6 milioni di uomini negli USA” (pag. 18).
“Quasi 1 donna su 2 (44,6%) e 1 uomo su 5 (22,2%) ha vissuto una forma di violenza sessuale diversa dallo stupro nell’arco della propria vita” (pag. 19)”. I dati esatti sono contenuti nelle tabelle, perciò non li riporto uno per uno.

“Più della metà delle vittime di stupro donne (51,1%) ha riportato che almeno uno dei perpetratori era un partner o un ex partner. Quattro vittime donne su 10 (40,8%) hanno riportato di essere state stuprate da un conoscente. Quasi una vittima donna su 8 (12,5%) ha riportato di essere stata stuprata da un membro della sua famiglia, e il 2,5% da una persona in posizione d’autorità. Quasi 1 vittima donna su 7 (13,8%) ha riportato di essere stata stuprata da un estraneo. Per quanto riguarda il solo stupro in cui la vittima era sotto l’effetto di alcool o droga, la metà delle vittime donne (50,4%) è stata stuprata da un conoscente, mentre il 43% dal partner” (pag. 21).

“Più della metà delle vittime di stupro uomini (52,4%) è stata stuprata da un conoscente, e una vittima uomo su 7 (15,1%)  stata stuprata da un estraneo” (pag. 22). Le stime per le altre tipologie non sono state riportate in quanto basate su un campione troppo piccolo per essere affidabili.

“Per le vittime di stupro donne, il 98,1% ha riportato di essere stata stuprata solo da perpetratori uomini. Inoltre, il 92,5% delle vittime donne di altre forme di violenza sessuale ha riportato solo perpetratori uomini. […] La maggioranza delle vittime di stupro uomini (93,3%) ha riportato di essere stato stuprato solo da perpetratori uomini. Per tre delle altre forme di violenza sessuale la maggioranza delle vittime uomini ha riportato solo perpetratori donne: essere forzati a penetrare qualcuno (79,2%), coercizione sessuale (83,6%) e contatti sessuali non consensuali (53,1%). Per le molestie sessuali senza contatto, circa metà delle vittime uomini (49%) ha riportato solo perpetratori uomini e più di 1/3 (37,7%) solo perpetratori donne”. (pag. 24).

Età delle vittime al primo stupro, per le donne.
Età delle vittime al primo stupro, per le donne.

 

Le donne stuprate quando erano minorenni hanno una probabilità più che doppia (35% contro 14%) di essere nuovamente stuprate da adulte.
Le donne stuprate quando erano minorenni hanno una probabilità più che doppia (35% contro 14%) di essere nuovamente stuprate da adulte.

“Più dei 3/4 delle vittime donne di stupro riuscito (79,6%) sono state stuprate per la prima volta prima del loro 25esimo compleanno, con il 42,2% che ha vissuto il primo stupro prima dei 18 anni (di cui il 29,9% tra gli 11 e i 17, il 12,3% prima dei o ai 10 anni)” (pag. 25). La maggioranza di esse è stata stuprata tra i 18 e i 24 anni, tuttavia (37,4%). “Più di un quarto delle vittime di stupro riuscito uomini (27,8%) è stato stuprato per la prima volta quando avevano 10 anni o meno” (pag. 25).

Quello che possiamo concludere dall’analisi dei dati relativi allo stupro e alle violenze sessuali è che:
– esse sono compiute, con una predominanza schiacciante (>90%), da uomini, sia su uomini che su donne;
– le vittime uomini sono molte meno delle vittime donne (non che sia una gara, ma è intellettualmente disonesto affermare il contrario): 18,3% contro 1,4%;
– le vittime uomini sono in maggioranza bambini di età fino a 10 anni (27,8%), mentre la fetta più grossa di vittime donne sono giovani fra i 18 e i 24 (37,4%).

Stupri di guerra. La violenza sessuale nella strategia del terrore tedesca

Nel settimo capitolo, “Ricordare l’indicibile”, del suo saggio Guerra alle Donne (qui la puntata precedente, relativa al sesto capitolo), Michela Ponzani affronta il tema delle violenze sessuali commesse dagli eserciti sul territorio italiano. “A differenza delle violenze commesse dai fascisti nei luoghi di detenzione della RSI, gli stupri di massa perpetrati dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan, aggregata ai reparti militari della Wehrmacht […] appartengono al contesto più generale della violenza diffusa scatenatasi in quei mesi nella «guerra ai civili» […] e rimandano all’insieme delle azioni terroristiche contro popolazioni inermi di cui fanno parte gli incendi di villaggi, gli arresti, le uccisioni di donne e persino di neonati”.

“Assistere alla violenza sessuale inflitta alla propria madre, sorella, amica o parente, specie se durante la prima infanzia, significa conservare in sé le radici di un fortissimo trauma impossibile da elaborare e pertanto destinato a celarsi nell’oblio; il vissuto del senso di colpa è infatti non solo schiacciante, ma destinato a divenire tanto più profondo quanto più a quella violenza si è rimaste a guardare impassibili o si è scampate per puro caso”, riflette Ponzani.

Gli stupri si inquadrano all’interno della «politica del terrore», “la tattica di terrorismo pianificato e preventivo utilizzata dalle forze militari occupanti tedesche tra il ’43 e il ’45 per punire «la popolazione civile e privare la resistenza armata dell’humus in cui svilupparsi e rafforzarsi». Le donne sopravvissute al conflitto […] non riescono però a estrapolare la matrice dei fatti di sangue dal mito pseudostorico del «cattivo tedesco» descritto come barbaro, sanguinario e insensibile. D’altra parte è proprio grazie a questo mito che le popolazioni riusciranno a sopravvivere al terribile ricordo di quei giorni e a trovare una motivazione, seppur labile, alla ferocia nazista, spiegata appunto come frutto di una bestialità primitiva”, spiega Ponzani, che chiarisce poi, “Se per le popolazioni locali tutto è riconducibile alla […] «malvagità del nemico», la strategia del terrore […] è in realtà ispirata dal timore che possa nascere un possibile legame tra le formazioni partigiane e i civili e si orienta a contenere il pericolo eliminando alla radice le condizioni che lo rendono tale. Tuttavia le continue vessazioni, i furti, gli omicidi, i rastrellamenti, le violenze sessuali ripetute che vanno funestando la zona in quei mesi sono atti che non possono essere letti dalle vittime come logici e razionali elementi della cultura di guerra del nemico“.

Eppure lo sono: “è la guerra condotta «casa per casa», il diffondersi della paura da usare con strategica precisione affinché i civili restino intrappolati in una dimensione totale della violenza e non siano più in grado di garantire quelle condizioni che rendono possibile l’operatività delle brigate partigiane. […] Visto che non si riescono a stanare i «ribelli» dai loro nascondigli, si preferisce adottare la tattica meno dispendiosa e più efficace per garantirsi il controllo del territorio. È una strategia […] in cui si distinguono tanto le truppe tedesche d’occupazione quanto i reparti armati fascisti della Repubblica sociale, resa possibile da una serie di norme emanate nella primavera-estate del ’44 che incitano le truppe dell’esercito a una brutalizzazione del conflitto, garantendo l’impunità per i responsabili dei crimini commessi”, spiega Ponzani.

Queste norme hanno un precedente “nell’Europa dell’Est dal 1942 nella lotta al bolscevismo: le «regole» che ne stabiliscono i piani operativi sono sintetizzate nelle disposizioni contenute nella […] «Merkblatt 69/1», una direttiva che ha previsto da tempo la legittimità dell’uccisione di civili che si ritiene (a torto o a ragione) siano utilizzati dai partigiani come informatori o semplicemente che sostengano la guerriglia, senza alcun accertamento della loro presunta colpevolezza“, ricorda Ponzani.

“Le violenze e gli stupri compiuti dai soldati tedeschi non sono solo il frutto di sadismo o di innata ferocia, [ma sono prodotto] della «radicalizzazione della politica repressiva decisa dagli apparati di potere nazisti in Italia», come un tragico ed estremo esempio di «operazioni di annientamento nelle zone di stanziamento partigiano». […] Una strategia che può anche accompagnarsi ad altre tipologie di violenza diffusa come rastrellamenti, uccisioni indiscriminate di singoli prigionieri o di partigiani, deportazioni di renitenti alla leva o di disertori, distruzione integrale dell’ambiente circostante con l’incendio di villaggi; fucilazioni indiscriminate, minacce, saccheggi, torture sui corpi dei prigionieri politici.  […] Il senso di questa operazione «contro gente indifesa» [è] da inquadrare nella tattica militare che mira a rendere inospitale un territorio pronto ad accogliere le bande di «ribelli».

Ma parlando specificamente dello stupro, Ponzani rileva dalle testimonianze delle sopravvissute che “chi ricorda lo stupro è destinato a riviverlo, a rivederne la dinamica, i luoghi, le voci, i suoni e a sentire sulle spalle il peso del vuoto, del silenzio, dell’abbandono di fronte alla violazione del sé. Lo stupro è un’esperienza che annienta e investe anche le tradizionali forme di solidarietà sociale intrafamigliare; e le memorie delle donne sono piene di immagini ricorrenti, come quelle di padri, mariti, fratelli resi impotenti di fronte al sopruso inflitto alle proprie donne, incapaci di riprendersi da una ferita non rimarginabile. Ciò che pesa sulle loro coscienze è infatti lo sfregio e l’umiliazione del corpus famigliare di origine, la violazione dell’onore e del pudore della donna, tratto essenziale per eccellenza con cui da secoli la civiltà occidentale ha stabilito l’integrità della comunità d’appartenenza“.

“Se non proprio giustificato dalle «esigenze» dei soldati in guerra, l’abuso inflitto alle donne viene in qualche modo sminuito da tutta una serie di preconcetti, come quello che imputerebbe alla vittima una sorta di complicità e anche di responsabilità se lo stupro avviene a opera di un solo aggressore, se confessato dopo molti anni (a causa della necessità di un difficile e sofferto processo di elaborazione della violenza, specie nei casi di bambine) o se la vittima è considerata di «dubbia moralità»”, spiega Ponzani, “Nelle loro testimonianze le donne denunciano di non aver avuto un’adeguata considerazione rispetto a ciò che stava loro accadendo, di essere state addirittura schernite per i tentativi di violenza a opera delle truppe occupanti. Ci sono casi poi in cui le donne sono costrette a sottomettersi al proprio destino e a subire l’abuso dietro invito al sacrificio di sé, tipico della rassegnazione cristiana, al fine di salvare i componenti della propria famiglia”. La cosa triste è che il victim blaming sia rimasto inalterato dagli anni ’40 ad oggi.

“A sopravvivere dalle selezioni della memoria e a riemergere costantemente […] è questo profondo smarrimento per una violenza che si continua a percepire come insensata, fatta di gesti spietati, crudeli che colpisce con assoluta discrezionalità. […] A ogni modo sono proprio le memorie delle donne che hanno vissuto la guerra lungo il fronte tedesco a sconfessare il mito del comportamento onorevole dei militari della Wehrmacht, contrariamente al senso comune nazionale che avrebbe addossato la responsabilità degli stupri di massa ai soli soldati algerini e marocchini a seguito dell’esercito francese.”, conclude Ponzani. Delle violenze delle truppe coloniali avremo modo di parlare nella prossima puntata.

Non lo faccio più.

La violenza sulle giovani. Raccontata da chi la fa. Un articolo del Fatto Quotidiano introduce un libro che sicuramente sarà fra le mie prossime letture, Non lo faccio più, scritto da Cristina Obber sul tema degli stupri compiuti dai ragazzi, della mia età e anche più giovani, nei confronti di loro compagne, coetanee. Il libro si rivolge ai ragazzi ed è collegato ad interventi nelle scuole, seguendo l’efficace strada intrapresa da Lorella Zanardo, con il suo documentario Il Corpo delle Donne ed il progetto Nuovi occhi per la TV. L’obiettivo dell’autrice è di parlare di stupri e violenze in modo diretto, concreto, affrontando i nodi del problema, che restano spesso sotto silenzio perché “non sta bene” parlarne, perché non si vuole affrontare la realtà cruda e dolorosa: le ferite, il sangue, i corpi violati, la sofferenza. Solo parlandone in modo aperto si può far capire ai ragazzi, impregnati dalla nostra cultura maschilista, cosa è veramente uno stupro e suscitare in loro quell’orrore che diventa empatia e consapevolezza.

Il blog dell’autrice, inaugurato all’inizio di settembre, si chiama non lo faccio più | un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore, e tratta di vari argomenti connessi alla violenza: femminicidi, relazioni malsane, pubblicando articoli scritti da ragazze attorno ai 20 anni, che testimoniano storie che hanno vissuto o di cui sono venute a conoscenza per sensibilizzare sull’ampia gamma di fenomeni riconducibili alla violenza maschile sulle donne. Per chiamare le cose con il loro nome.