La guerra di Mussolini, non la guerra degli italiani

La premessa – questa è una serie di post tratta dal libro di Filippo Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano – è ormai inutile, me ne rendo conto, ma temo sempre che ci sia qualcuno che arriva all’ultimo post e non riesce a rintracciare le connessioni con i precedenti, perciò mi sento in dovere di linkare la puntata precedente e invitare a seguire i link per ricostruire a ritroso tutta la serie.

Comunque abbiamo visto, nella suddetta puntata precedente, come la propaganda contro i tedeschi dopo il cambio di fronte si rifacesse a temi di matrice risorgimentale. Per le forze antifasciste giustificare il cambio di fronte era imprescindibile: “Un presupposto necessario per la mobilitazione bellica era costituito – tanto per Badoglio quanto per le forze antifasciste – dalla rescissione di ogni legame di corresponsabilità fra la nazione italiana e la guerra dell’Asse. Solo così infatti era possibile dare autentica credibilità alla nuova lotta contro il nemico germanico ingaggiata a fianco degli Alleati”, sostiene Focardi.

In parallelo al dissociare il popolo italiano dal fascismo (vedi cap 2), le forze antifasciste “condannarono recisamente l’ingresso nel conflitto e la partecipazione alla guerra al fianco della Germania, sostenendo che il paese era stato trascinato contro il suo volere da Mussolini con la grave e inescusabile complicità di Vittorio Emanuele III” , spiega Focardi. L’Unità definì la guerra dell’Italia a fianco della Germania come «una guerra ignominiosa contro la volontà del popolo» e come «la guerra dell’imperialismo fascista», conclusasi «con la sconfitta del fascismo, ma non del popolo italiano». Il PCI e il PSIUP, nel loro patto d’unità d’azione, dichiararono di associarsi «contro ogni tentativo diretto a far ricadere sul popolo la responsabilità del regime fascista, contro il quale l’avanguardia popolare ha condotto per venti anni una lotta eroica».

La «presunzione di innocenza» del popolo italiano”, approfondisce Focardi, “non era appannaggio solo delle forze della sinistra antifascista, ma risultava condivisa e rivendicata anche dall’antifascismo moderato, a cominciare da quanti […] avevano a cuore l’istituzione monarchica ma non concepivano altro modo di conservarla se non attraverso l’abdicazione del sovrano, irrimediabilmente compromesso col regime di Mussolini. Il ‘sacrificio del re‘ […] e la creazione in via transitoria di una reggenza e di un governo veramente rappresentativo apparivano infatti un passaggio ineludibile, utile al contempo per rilanciare lo sforzo bellico antitedesco del paese e separare in via definitiva le responsabilità del popolo italiano da quelle della dittatura fascista”.

In occasione del primo congresso dei partiti antifascisti del CLN (Bari, gennaio 1944), Benedetto Croce “sottolineò il carattere di «guerra civile» del conflitto scatenato dall’Asse, di guerra cioè anche interna ai singoli Stati fra forze democratiche e forze antidemocratiche, ponendo in evidenza come gli italiani, oppressi dal regime, in cuor loro avessero parteggiato unanimi per le nazioni aggredite dal nazifascismo, schierandosi con gli avversari di Mussolini, restauratori della libertà” spiega Focardi, “Croce spiegava come il fascismo non fosse stato che una «parentesi di venti anni» […] passata la quale l’Italia aveva potuto riannodare uno «stretto legame» con le «altre Nazioni sorelle», affiancandole finalmente sul campo di battaglia”.

Nella stessa occasione, “Carlo Sforza bollò a sua volta la guerra dell’Asse come «la più infame e antinazionale delle guerre», invisa al popolo italiano perché combattuta al fianco del tradizionale nemico tedesco contro i tradizionali alleati, Francia e Inghilterra. Dunque pose […] l‘esigenza che il re fosse allontanato il prima possibile dal trono per il bene supremo del paese”, dato che la sua permanenza rendeva «più difficile agli italiani di sostenere e provare al tavolo della pace che essi sono l’Italia nuova e che non hanno nessuna responsabilità degli errori e dei crimini del passato».

Come già detto, “la mobilitazione contro la Germania risultava scopo imprescindibile e prioritario tanto per la monarchia quanto per l’antifascismo, non solo perché nel Reich hitleriano entrambi si trovavano a combattere il protettore della Repubblica sociale contro cui si era accesa una virulenta lotta intestina, nonché lo straniero invasore […], ma anche perché la Germania rappresentava allo stesso tempo il «comune nemico» delle Nazioni Unite, dalla lotta contro il quale dipendevano le possibilità di riabilitazione internazionale dell’Italia, nazione nemica sconfitta sottoposta a resa incondizionata”, nota Focardi, che più avanti continua “Il riconoscimento dell’ambiguo status di «cobelligeranza» da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, dopo la dichiarazione id guerra alla Germania del 13 ottobre 1943, non aveva infatti risolto la posizione internazionale dell’Italia, che rimaneva sottoposta alle rigide clausole armistiziali e gravata dalla minaccia di subire alla fine della guerra un trattamento punitivo da parte degli Alleati”.

Del nesso cruciale esistente fra sforzo bellico antitedesco e riscatto delle incerte sorti nazionali era pienamente consapevole il Regno del Sud”, spiega Focardi, per via dell’esistenza del «documento di Quebec», un telegramma scritto il 18 agosto 1943 da Churchill e Roosevelt “col quale Stati Uniti e Gran Bretagna avevano dichiarato la loro disponibilità a un miglioramento delle condizioni di resa imposte all’Italia in rapporto al futuro impegno del paese nella lotta contro la Germania nazista”. Il documento affermava infatti: «La misura nella quale queste condizioni saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’aiuto che il Governo e il popolo italiani daranno realmente alle Nazioni Unite contro la Germania durante la rimanente parte della guerra».

Ancor prima che i partiti del CLN dessero vita, nell’aprile 1944, al governo di unità nazionale con Badoglio, le forze antifasciste avevano già maturato sufficiente consapevolezza del legame che intercorreva fra impegno bellico e salvezza della nazione grazie alle trasmissioni della propaganda alleata. Queste, infatti, avevano più volte sollecitato gli italiani a rivolgere le armi contro l’ex alleato germanico con la promessa, invero piuttosto nebulosa, di un trattamento generoso per il paese al termine della guerra”, aggiunge Focardi.

Ivanoe Bonomi, il 13 ottobre 1943, annota sul suo diario queste lucide parole: «Noi siamo e dobbiamo restare uno Stato che si è arreso senza condizioni. Non possiamo perciò diventare gli alleati delle Nazioni Unite e parlare da pari a pari con loro. Combattendo con loro non saremo degli alleati ma dei cobelligeranti. Al tavolo della pace dovremo rimanere dei vinti sprovvisti dei diritti che spettano soltanto ai vincitori. Ma questa umiliante condizione (frutto della confessata sconfitta militare e dell’incapacità della monarchia e del governo di negoziare, a tempo opportuno, la caduta del fascismo) può essere migliorata qualora l’Italia riprenda le armi contro la Germania. Se l’Italia farà uno sforzo guerriero essa potrà modificare la sua posizione. Il miglioramento – dice espressamente la dichiarazione degli alleati – sarà proporzionato al suo sforzo».

Questo principio divenne il cardine principale della politica del governo Badoglio e più tardi di quello Bonomi. “In conclusione, si può affermare che il tentativo di discolpare il popolo italiano, costretto a una guerra invisa al fianco del «secolare nemico», e lo sforzo promosso per concentrare le energie nazionali contro l’«oppressore nazista» risultarono due fattori correlati di un’azione di riscossa patriottica che sia la ristretta classe dirigente monarchico-badogliana sia l’antifascismo nel suo complesso erano chiamati a perseguire come obiettivo prioritario”, afferma Focardi, “Le forze cielleniste avevano contestato fin dall’inizio la capacità di un sovrano, macchiatosi di tradimento e di connivenza pluriennale col fascismo, di condurre la riscossa per la salvezza della patria e si erano proposte agli Alleati come interlocutore privilegiato per la democratizzazione del paese e la conduzione della guerra antitedesca. Tutti gli sforzi […] si infransero però contro l’opposizione alleata, innanzitutto di Churchill, che vedeva nel re il garante istituzionale delle condizioni di resa fissate dall’armistizio”.

Lo scontro fra le forze del CLN e il governo monarchico badogliano fu poi risolto “dopo il riconoscimento sovietico del governo Badoglio (14 marzo 1944) e la svolta politica prodotta dal leader comunista Palmiro Togliatti che […] affermò di concerto con Mosca la necessità per i partiti antifascisti di collaborare con il governo monarchico ai fini della guerra di liberazione nazionale (cosiddetta «svolta di Salerno»). Fu proprio sul terreno decisivo della lotta antitedesca […] che la corona e i partiti del CLN stipularono nella primavera del 1944 il loro compromesso politico e istituzionale destinato a reggere, pur con molte scosse, fino al referendum del 2 giugno 1946”, nota Focardi. Questa svolta fu suggellata dal passaggio a capo del governo di Ivanoe Bonomi, il cui governo “affermava l’esclusiva responsabilità del fascismo per l’adesione al Patto Tripatito e per la partecipazione italiana alla guerra”, rivendicava “piena legittimità alla scelta con cui la nazione, liberatasi dal «più aggressivo dei sistemi di polizia», aveva sciolto il vincolo che la legava ai tedeschi, alleati non suoi bensì del fascismo”, ribadiva ufficialmente la “condanna delle invasioni compiute dal regime mussoliniano ai danni di Stati pacifici quali la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia e l’Albania”, indicava “al paese lo scopo supremo della lotta antitedesca al fianco delle Nazioni Unite”.

Queste furono le premesse della successiva “fase caratterizzata dall’intensa azione di propaganda e, a un tempo, di mobilitazione e formazione dell’opinione pubblica, che si produsse all’indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944), quando ricomparve una libera stampa e un’editoria di livello nazionale […] fino alla liberazione definitiva del territorio nazionale” e della “fase seguente, caratterizzata dal dibattito sul trattato di pace e dalla nascita della repubblica, in cui una ricca produzione letteraria, pubblicistica e di taglio memorialistico contribuì […] a fissare le coordinate fondamentali della rappresentazione della guerra, destinate a costituire l’intelaiatura di […] una «narrazione egemonica» [l’espressione è di Charles Maier, ndr] nel paradigma di riferimento della futura memoria collettiva nazionale”, spiega Focardi.

Riepilogando i temi di cui si è parlato, Focardi conclude: “Di grande efficacia come strumento di radicale delegittimazione del fascismo e di contropropaganda nei confronti di Salò, nonché quale mezzo di mobilitazione alle armi contro il nazifascismo, tali argomenti vennero utilizzati principalmente dalla nuova classe dirigente antifascista come strumento di difesa degli interessi nazionali e arma di rivendicazione nei confronti degli Alleati, vincitori della guerra e arbitri del destino dell’Italia. […] E a essi ricorsero, a fini di autogiustificazione e discolpa, anche personaggi di rilievo del defunto regime in opere a carattere memorialistico a vasta diffusione (primo fra tutti il diario di Galeazzo Ciano), che contribuirono in maniera significativa a radicare nell’opinione pubblica italiana una determinata raffigurazione della guerra, destinata a profonda sedimentazione e grande longevità”.

Un nuovo Risorgimento nella lotta contro i tedeschi

Nonostante le loro divergenze, (vedi post precedenti), le forze antifasciste e il Regno del Sud furono messi nella necessità di collaborare nello sforzo bellico contro i tedeschi, uno sforzo molto difficile sia per le scarse risorse a loro disposizione sia per lo stato di sfinimento e rifiuto della guerra della popolazione italiana. Il terzo capitolo del saggio Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi è dedicato appunto a questo tema, e la prima parte qui riassunta affronta l’uso del richiamo del Risorgimento come motivo propagandistico per spingere alla mobilitazione contro i tedeschi.

“Lo scontro fra la Repubblica sociale italiana, il Regno del Sud e l’antifascismo sulla questione del tradimento della patria”, ricorda Focardi, era “strettamente connesso all’esigenza fondamentale di mobilitare il paese in una nuova guerra dopo la débâcle dell’8 settembre. Il riscatto dalla sconfitta rappresentava un compito inderogabile sia per il governo fascista repubblicano, sia per il governo monarchico e i comitati di liberazione nazionale. Se la Repubblica sociale, l’«alleato-occupato» della Germania, ebbe sempre a subire severi limiti d’azione nelle sue ambizioni di partecipazione bellica a fianco dei «camerati» tedeschi, allo stesso modo, sull’altro fronte, anche il legittimo governo italiano presieduto da Vittorio Emanuele III e le forze antifasciste […] dovettero fronteggiare molti ostacoli nei loro sforzi per attuare un impegno militare contro l’invasore e il «traditore» interno che lo spalleggiava”.

Il Regno del Sud possedeva margini di autonomia molto esigui rispetto alle autorità militari angloamericane, cui il «lungo armistizio», firmato a Malta da Badoglio ed Eisenhower il 29 settembre 1943, assegnava pervasivi poteri di controllo in materia politica, economica e finanziaria, sottoponendo ogni atto amministrativo del governo regio al placet della Commissione di controllo alleata”, spiega Focardi, che più oltre prosegue, “Enormi erano anche le difficoltà della mobilitazione militare. Difficoltà di ordine psicologico, per la stanchezza dei soldati e dei civili nei confronti della guerra, resa evidente dalle dimensioni del fenomeno dello sbandamento dei reparti dopo l’armistizio e successivamente dalla massiccia renitenza alla leva […]. A ciò si aggiungevano difficoltà materiali, dovute allo scadente equipaggiamento dei reparti militari rimasti a disposizione di Badoglio e all’atteggiamento degli Alleati, contrari a un consistente riarmo italiano: gli inglesi perché determinati a far pesare fino in fondo la loro vittoria su un avversario che non doveva risollevarsi, gli americani […] perché delusi dal remissivo comportamento italiano in occasione dell’8 settembre, in particolare per la mancata difesa di Roma tanto inattesa quanto catastrofica, e da allora scettici sulla capacità e la volontà di combattimento degli italiani. Di conseguenza gli Alleati, mentre impiegarono intensamente al loro fianco la marina da guerra italiana rifugiatasi a Malta, furono disposti a rifornire l’esercito del Regno del Sud solo di una quantità modesta di armamenti moderni, sufficienti a inquadrare appena poche migliaia di uomini, preferendo servirsi piuttosto su ampia scala dei militari italiani come «unità ausiliarie» nei servizi logistici di seconda linea e nella difesa costiera e contraerea”. Un Corpo Italiano di Liberazione (CIL) formato da 25.000 uomini e in seguito da sei gruppi di combattimento che comprendevano in tutto 50.000 uomini partecipò alla riconquista alleata dell’Italia a partire dal marzo 1944 fino alla primavera 1945, ciononostante.

“Va detto che difficoltà non minori si trovarono ad affrontare anche le forze antifasciste”, riprende Focardi, “Scarso era il loro insediamento territoriale dopo venti anni di dittatura. Ardui i contatti con le prime, sparute, bande partigiane costituite in gran parte da militari datisi alla macchia, privi quasi sempre di una precisa coscienza politica antifascista, cui si affiancavano nuclei di studenti e operai più politicizzati. Si stima la presenza di circa 1.500 «ribelli» attivi nel settembre 1943, almeno un terzo dei quali concentrati in Piemonte […]. All’inizio del 1944, si calcola comunque che la consistenza numerica delle forze partigiane combattenti non superasse le 15mila unità, divise fra l’altro fra bande cosiddette «autonome» o «badogliane», guidate da militari di fede monarchica impegnati in una guerra patriottica di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, e bande invece politicamente inquadrate, dove spiccavano quelle legate ai partiti della sinistra antifascista (comunisti, azionisti, socialisti) impegnate in una lotta diretta non solo a liberare il paese dai nazifascisti ma anche a edificare, per via rivoluzionaria, un nuovo ordine politico e sociale. Limitati per tutti erano i mezzi di propaganda, affidati a giornali e volantini pubblicati e diffusi nella clandestinità. Impervio il compito di spingere alla lotta antitedesca e antifascista un paese stremato dalla guerra. Scarsi infine i mezzi bellici a disposizione”.

In questa difficile situazione, “sia la monarchia sia le forze antifasciste attinsero a piene mani, come già fatto dalla propaganda alleata, al repertorio retorico e simbolico antigermanico proprio della tradizione del Risorgimento e della Grande Guerra, che costituiva un patrimonio ancora assai radicato e vitale nel paese”, osserva Focardi, che più oltre continua, “L’incitamento alla lotta contro il «Tedesco» quale «nemico storico» degli italiani fu dunque fin dall’inizio uno strumento propagandistico irrinunciabile, rivolto al contempo a denunciare il carattere «antinazionale» dell’alleanza italotedesca e a spronare gli italiani contro la Germania nazista e il fascismo repubblicano suo alleato”. Questo repertorio comprendeva l’associare alle trasmissioni di propaganda gli inni di Mameli e di Garibaldi, citazioni dai quali ornavano anche le pubblicazioni della stampa clandestina e il “riferimento alla Grande Guerra come «ultima guerra d’indipendenza», tramite efficace fra il Risorgimento e la nuova contesa antitedesca, apertasi contro gli invasori agli ordini di Kesselring”.

Sia Badoglio sia Vittorio Emanuele richiamarono più volte la natura arbitraria del patto stretto da Hitler e Mussolini in spregio alle tradizioni risorgimentali e perorarono la ripresa della politica di decennale amicizia con le grandi democrazie occidentali”, spiega Focardi. Lo storico ricorda la definizione data da Badoglio degli angloamericani come «nostri vecchi compagni del Piave e di Vittorio Veneto» e quella data dal re del tedesco come «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», e allo stesso modo Benedetto Croce, “uomo di sentimenti monarchici ma intransigente oppositore del re, di cui chiedeva l’abdicazione”, come ricorda Focardi, “sollecitò i connazionali a prendere le armi contro lo «straniero che calpesta e vitupera l’Italia» per battersi in una guerra «che proseguiva tenace lo spirito del Risorgimento»”, condannando il Patto d’Acciaio come un «patto di partito» stretto «nell’interesse di una fazione […] contro tutta la nostra tradizione nazionale, contro tutti I nostri interessi politici ed economici, contro la nostra stessa situazione geografica», Togliatti aveva invitato gli italiani alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare», e Velio Spano aveva posto l’obiettivo del Partito comunista nel «combattere sotto la bandiera del Risorgimento i tedeschi e il fascismo».

Questi temi ebbero un grande successo, “come dimostrano i nomi di battaglia scelti da molte unità (ad esempio Mazzini, Bixio, Mameli, Manin, Fratelli Bandiera, Piave, Osoppo) o le testate di alcuni fogli clandestini (fra cui «La Giovine Italia», «Fratelli d’Italia», «L’Italia e il secondo Risorgimento»)”, nota Focardi, “Ancora più significativo risulta il fatto che una delle più importanti formazioni politiche della Resistenza – il Partito d’azione – avesse scelto un nome di evidente ascendenza risorgimentale, e che lo stesso valesse per le principali formazioni partigiane della Resistenza, le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista”.

Ma Focardi sottolinea anche la “differenza evidente fra le tradizioni risorgimentali cui si richiamava il Regno del Sud rivendicando la «continuità delle istituzioni», nel solco dunque della soluzione liberale moderata e monarchica del processo di unità nazionale, e le tradizioni risorgimentali cui si richiamavano invece le forze dell’antifascismo cattolico, al cui interno forte era l’impronta neoguelfa, e soprattutto la sinistra antifascista di matrice azionista, repubblicana, socialista e comunista. Questa si rifaceva al Risorgimento mazziniano e garibaldino, d’ispirazione repubblicana, cioè al filone risorgimentale delle forze popolari democratiche risultato sconfitto nell’Ottocento, ma di cui si auspicava la riscossa”, differenze che corrispondevano alle diverse finalità politiche: “Mentre, infatti, per le forze monarchiche l’appello a un nuovo Risorgimento poteva essere considerato […] «una formula di comodo per incanalare il rischioso ribollire della società italiana nella patriottica guerra al tedesco» (la definizione è dello storico Claudio Pavone, ndr), nel richiamo delle sinistre a Garibaldi o al Partito d’azione vi era al contrario «implicito il programma di rimettere in discussione gli assetti postrisorgimentali, non solo quello fascista, ma anche quello liberale» (citazione sempre da Pavone) […] [per non] venire meno ai propositi della lotta ideologica contro il nemico di classe e gli assetti del potere costituito”.

Nonostante le divergenze sul suo significato fra monarchia e forze antifasciste, “il patrimonio storico risorgimentale costituiva una comune risorsa strategica anche nella lotta intrapresa contro il fascismo repubblicano”, osserva Focardi, risultando “funzionale non solo alla conduzione della guerra patriottica ma anche alla conduzione della guerra civile […]. La propaganda di Salò, infatti, faceva largamente appello al Risorgimento cercando di appropriarsi dei suoi eroi e dei suoi miti, come dimostrano l’invocazione dell’inno di Mameli e dell’inno di Garibaldi, il Mazzini effigiato sui francobolli, il tentativo della RSI di rappresentarsi come l’erede della Repubblica romana del 1849. In questo contesto, la monarchia valorizzava a sua volta il ruolo centrale svolto dai Savoia nel processo di unità nazionale come principale, se non esclusivo, strumento di rilegittimazione dopo il tracollo di credibilità provocato dalla sconfitta militare e dall’armistizio. Ma anche i partiti antifascisti facevano leva sul Risorgimento per rilegittimarsi politicamente, dopo essere stati per vent’anni stigmatizzati dal regime come forze antipatriottiche […]. L’appello alle tradizioni risorgimentali risultò dunque importante anche sul piano dello scontro interno con Mussolini nella competizione per rivendicare legittimità politica agli occhi degli italiani”.

E questa mobilitazione propagandistica ebbe effetti a lungo termine. “L’equiparazione della resistenza antigermanica alle lotte risorgimentali era destinata […] a diventare nel dopoguerra uno dei principali canoni interpretativi della Resistenza”, nota Focardi, “Ma ancor prima essa rappresentò il denominatore comune fra forze moderate e forze radicali all’interno del CLN, nonché la «copertura ideologica della politica unitaria» intrapresa dal governo Badoglio e dai partiti antifascisti dopo l’accordo stretto nell’aprile 1944 per combattere assieme l’occupante germanico”.

Traditori della patria (parte 3)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati e nella seconda parte il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione. La terza parte completa il quadro con il punto di vista dei vari partiti antifascisti, i loro punti di divergenza rispetto al Regno del Sud e il terreno comune su cui si fonderà la collaborazione contro la RSI.

Mentre il governo Badoglio combatteva la sua battaglia propagandistica contro la Repubblica di Salò, una battaglia parallela veniva impostata dalle “forze dell’antifascismo, che dopo la caduta di Mussolini avevano progressivamente recuperato uno spazio d’azione nel paese, sebbene avessero continuato a operare in uno stato di semiclandestinità per i numerosi controlli e restrizioni imposti dal governo Badoglio”, come spiega Focardi. “Dopo il 25 luglio crescente era stata la loro pressione sul governo perché decretasse la fine della guerra”, considerata «contraria alle tradizioni ed agli interessi nazionali ed ai sentimenti popolari, la responsabilità della quale grava e deve gravare sul regime fascista».

Le forze antifasciste, che premevano per “preparare la nazione a uno scontro ritenuto inevitabile con le truppe tedesche che presidiavano la penisola”, non potevano sapere che il governo Badoglio stava trattando per l’armistizio finché esso non fu annunciato l’8 settembre 1943, ma quando ciò accadde si aprì un aspro conflitto fra esse e la monarchia, in quanto “le vicende dell’8 settembre, contrassegnate dalla fuga della corte e dei vertici militari, avevano avuto l’effetto di sprigionare un’ondata di acceso risentimento nei confronti del sovrano, di Badoglio e dell’intera dinastia Savoia”, afferma Focardi, “Tutta la stampa clandestina antifascista pullula di accuse contro il «re fellone», il «re codardo», il «re fuggiasco», il «re gaglioffo» e contro il suo degno compare: il «maresciallo fellone»”, e lo stesso risentimento manifestarono gli emigrati antifascisti, fra cui il maestro Arturo Toscanini, che sulla rivista statunitense Life definì Vittorio Emanuele III «quel pusillanime e degenerato Re d’Italia».

Tuttavia, anche se si trattò di voci nettamente minoritarie, “Alcuni importanti fogli antifascisti, quali «La Voce Repubblicana» e «L’Italia Libera», organo del Partito d’azione, non mancarono di condannare come atto di tradimento la decisione stessa di Vittorio Emanuele di interrompere la guerra al fianco della Germania e di stipulare in segreto un armistizio con gli angloamericani (tale si doveva infatti considerare l’azione di un re che aveva approvato il trattato di alleanza con la Germania nel maggio del 1939)”, osserva Focardi, riportando il commento di Gaetano Salvemini: «un malfattore non diventa un galantuomo quando tradisce un altro malfattore».

La maggioranza delle accuse di tradimento rivolte al re riguardarono, tuttavia, solo il “suo comportamento nei confronti del popolo italiano”: “Il sovrano – già additato come complice della dittatura fascista durante tutto il ventennio, dalla presa di potere di Mussolini nell’ottobre 1922 alla dichiarazione di guerra nel giugno 1940 – fu posto sotto accusa per aver tradito per l’ennesima volta gli italiani, abbandonati dopo l’armistizio in balia delle armate hitleriane”, osserva Focardi, “Vittorio Emanuele non aveva predisposto alcun efficace piano difensivo, aveva lasciato l’esercito senza ordini alla mercé delle truppe tedesche, era venuto meno alle promesse e agli accordi presi con i partiti antifascisti ostacolando la consegna delle armi al popolo e impedendo così la possibilità di approntare una difesa concertata”.

I pochi episodi di “efficace collaborazione fra militari e civili contro i tedeschi”, come quello di Roma a Porta San Paolo, erano stati “frutto di iniziative individuali” e si erano svolti “sotto il segno dell’improvvisazione”, e per questo erano destinati al fallimento. Il CLN, in una dichiarazione del 12 settembre 1943, afferma: «nell’ora più angosciosa della Patria il Monarca e il capo del Governo non sono rimasti al loro posto di direzione e di comando e, in conseguenza di questa carenza, ogni possibilità di difesa e di resistenza è stata profondamente scossa e vulnerata».

Per questo “il re non poteva pretendere in alcun modo di condurre la lotta contro la Germania”, spiega Focardi, e “l’antifascismo rivendicava per sé il diritto di guidare la «lotta di liberazione nazionale» contro l’invasore tedesco. Non era legittimato a farlo Vittorio Emanuele, complice del fascismo e traditore ‘di lungo corso’ della nazione. Il sovrano aveva sprecato colpevolmente con l’8 settembre l’occasione di schierare il paese contro la Germania nazista a fianco delle nazioni democratiche: le chances di riscatto – nonostante i proclami del governo di Brindisi – non potevano che essere affidate alla direzione delle forze antifasciste”, che infatti rivendicarono questo compito dopo appena tre giorni dalla dichiarazione di guerra fatta dal Regno del Sud alla Germania (13 ottobre 1943), chiedendo di costituire un «governo straordinario», «espressione dei quelle forze politiche che hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista».

Tutti i vari organi di stampa delle diverse forze antifasciste reagirono con «un senso di estraneità, se non di fastidio o addirittura di rabbia» (le parole sono dello storico Claudio Pavone) alla dichiarazione di guerra del Regno del Sud alla Germania, perché, come scritto sull’Unità (18 ottobre 1943), la guerra non poteva essere condotta da «gli uomini che, corresponsabili del fascismo e della guerra fascista, hanno ingannato e tradito il popolo italiano».

Nonostante questo conflitto, i temi propagandistici di cui le forze antifasciste si servivano contro fascisti e nazisti riecheggiavano quelli utilizzati dal governo monarchico di Brindisi: “in primo luogo, il refrain della guerra non voluta dagli italiani, in secondo luogo l’accusa del tradimento nazionale mussoliniano e della condotta proditoria da parte della Germania nazista”, che, come nota Focardi, “Erano i temi su cui aveva puntato e continuava a insistere la propaganda alleata, e che erano stati abilmente fatti propri da quella monarchica. Nell’adottarli l’antifascismo godeva però di tutt’altra credibilità rispetto al Regno del Sud. La netta distinzione tracciata fra dittatura fascista e nazione, ovvero fra regime e popolo italiano; la condanna delle avventure belliche del fascismo come azioni antipopolari […]; la denuncia dell’alleanza con la Germania come contraria alle più genuine tradizioni nazionali di matrice risorgimentale, facevano parte infatti del patrimonio storico dell’antifascismo italiano. Molti dei temi e degli slogan diffusi nel paese dalla propaganda alleata avevano dunque una radice antifascista, attestata fra l’altro […] dal coinvolgimento attivo di numerosi esuli di vario orientamento politico nelle attività propagandistiche”.

Ad esempio, nel dicembre 1943 «Il Popolo», organo della Democrazia Cristiana, “sottolineava come il patto di amicizia sottoscritto con Hitler da Mussolini non avesse vincolato affatto il popolo italiano, «spinto ad una guerra non sentita, non voluta, non preparata». Legittima pertanto era stata la scelta italiana di uscire dal conflitto, spregevole moralmente e criminale la mossa tedesca di invadere il paese. Quest’ultimo atto si configurava come il suggello di tutta la precedente linea d’azione germanica, contrassegnata dal costante tradimento dell’alleato su ogni fronte di guerra”. E Mussolini e i fascisti avevano a loro volta tradito il popolo italiano, restando “al fianco dei tedeschi dopo che la Germania, «gettata la maschera», era tornata a mostrare il suo volto più autentico: quello – scriveva l’Unità – del «peggiore nemico d’Italia». […] Schierandosi coi «barbari invasori», coi «banditi dalla croce uncinata», si erano macchiati del più grave dei tradimenti. Tanto più grave in quanto, così facendo, avevano innescato la feroce «guerra civile» che stava insanguinando il paese. In questo modo veniva ribaltata sulle spalle di Mussolini e della Repubblica sociale l’accusa di aver scatenato la «guerra fratricida»”, spiega Focardi.

Prima ancora, il 16 ottobre 1943, il CLN aveva lanciato una dura invettiva contro il fascismo, in cui sosteneva la necessità di «riconfermare la sua più recisa e attiva opposizione, negando al fascismo ogni diritto e autorità – dopo le sue tremende responsabilità nella catastrofe del paese ed il suo asservimento al nazismo – di parlare e agire in nome del popolo italiano». Allo stesso modo, Palmiro Togliatti aveva definito la RSI «il governo fantasma di Mussolini, istituito da Hitler per rompere l’unità nazionale ed acquistare uno strumento per la lotta contro i patrioti che agiscono alle spalle dell’esercito tedesco», creato per «realizzare i suoi ultimi piani di vendetta verso il popolo che gli ha mostrato il suo odio e il suo disprezzo».

 

Traditori della patria (parte 2)

Nella prima parte di questo post abbiamo visto le accuse di tradimento della patria rivolte da Mussolini al Regno del Sud dopo l’armistizio con gli alleati. Qui vediamo il punto di vista del governo Badoglio sulla stessa questione e il modo in cui furono controbattute le accuse della RSI.

Contrapposta alla propaganda della RSI, ovviamente, era la propaganda dello Stato monarchico, iniziata “poco prima della liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi (12 settembre 1943) e dell’annuncio fatto da Radio Monaco della ricostituzione in Germania di un governo fascista” e volta a “spiegare le ragioni dell’armistizio firmato con gli Alleati e il perché del repentino abbandono della capitale, apparso a molti più una fuga indecorosa […] che non un atto legittimo volto a preservare la persona del re e la continuità istituzionale” e dettata anche da “due esigenze che riguardavano invece la situazione internazionale del paese: l’esigenza di ristabilire la fiducia e la collaborazione con gli Alleati, compromesse dalla pessima gestione dell’armistizio culminata nell’abbandono di Roma nelle mani dei tedeschi, e l’esigenza di salvaguardare il buon nome e l’onore di casa Savoia dall’accusa di tradimento rivolta dalla Germania”, come spiega Focardi.

Così “Vittorio Emanuele III spiegava agli italiani di aver «autorizzato la richiesta di armistizio» agli Alleati onde evitare «più gravi sofferenze e maggiori sacrifici» al paese e li informava di essersi trasferito col governo e le autorità militari «in un altro punto del sacro suolo nazionale» per salvare la capitale e continuare ad «assolvere» i suoi «doveri di re»”, e poco dopo “Badoglio […] informava gli ascoltatori che l’Italia, costretta alla resa dalla «soverchiante potenza degli Alleati», era obbligata adesso a subire l’occupazione armata della Germania, intenzionata a continuare la guerra «sul nostro suolo» per «tenerla lontana dal suo territorio». «La prepotenza tedesca – egli affermava – ci toglie perfino la libertà di dichiararci vinti». Badoglio invitava dunque gli italiani a «reagire con energia e fermezza» contro l’occupante, che imponeva al paese nuovi «orrori» e nuove «rovine». «I Germanici – egli sottolineava -, dopo essere stati per tre anni degli alleati che hanno condotto la guerra con criteri egoistici e nel loro esclusivo interesse, sono tornati ad essere apertamente nemici, come in passato, del popolo italiano»”.

In questo modo venivano taciute le gravi responsabilità della monarchia e delle autorità militari per la guerra d’aggressione scatenata dall’Asse (comprese quelle personali di Badoglio capo di stato maggiore delle forze armate dal maggio 1925 al dicembre 1940), veniva riversata sui tedeschi l’accusa di tradimento e promosso l’allineamento al campo alleato nello sforzo comune contro la Germania nazista”, puntualizza Focardi, che sottolinea l’abilità di Badoglio nel servirsi del repertorio propagandistico degli Alleati per “contrastare la propaganda che dal Reich diffondeva il risorto fascismo, determinato a riconquistare il monopolio della rappresentanza politica. La posta in gioco principale per la monarchia diventava così la salvaguardia della legittimità istituzionale e, a ciò connessa, la capacità di mantenere saldo il vincolo di fedeltà delle forze armate e dell’apparato burocratico, insidiato e conteso dall’appello alla defezione lanciato da un nuovo centro di potere nazionale”.

In successivi messaggi, Badoglio rinnovava la sua condanna alla Germania che aveva “«imposto» all’Italia di scendere in guerra al suo fianco trascinandola in un gorgo di terribili sofferenze aggravate dalle «angherie e dalle vessazioni» quotidiane dei poco camerateschi soldati germanici, ma, una volta che – impossibilitata a continuare la lotta – l’Italia si era ritirata dal conflitto, l’ex alleato non aveva esitato a perpetrate un «premeditato atto di aggressione contro di noi […] trattandoci di punto in bianco come nemici». […] Questa denuncia del comportamento tedesco […] valeva evidentemente […] a controbattere le accuse di tradimento mosse da Berlino ma anche a sviare l’attenzione dalle responsabilità del governo monarchico e dei comandi militari per aver lasciato senza ordini precisi le unità delle forze armate, stanziate sia in Italia che all’estero, dalla Francia meridionale all’Egeo. […] Il re, Badoglio e i vertici militari avevano mantenuto il massimo riserbo sugli accordi presi con gli Alleati diramando solo disposizioni confuse e tardive alle truppe. Impreparate anche psicologicamente al cambio delle alleanze, esse all’annuncio inatteso dell’armistizio si erano inevitabilmente sbandate arrendendosi in massa ai tedeschi, risoluti viceversa nell’attuare piani dettagliati da tempo preparati per il disarmo e la cattura dei reparti italiani, e pronti a sterminare senza pietà chi avesse tentato di opporsi”.

Le parole di Badoglio nei confronti dei fascisti erano dure: «Costoro, non paghi di aver gettato l’Italia in una situazione catastrofica, hanno ora costituito un governo fantoccio che ha il coraggio di voler rappresentare il cuore e l’onore d’Italia, mentre non rappresenta che un’esigua minoranza asservita alla Germania». Gli appelli all’onore erano vani se fatti dai “tedeschi «che hanno abbandonato in pieno combattimento le nostre divisioni sul Don, in Libia, in Tunisia, in Calabria»” o dai “ «capoccia fascisti, che si sono empite le tasche con l’oro che avrebbe dovuto servire a preparare la guerra in cui hanno gettato incautamente il paese». L’unico modo per risollevare il destino della patria era dunque combattere contro l’invasore tedesco al fianco degli Alleati, con i quali l’Italia, grazie al suo «deciso intervento contro la Germania», era venuta a trovarsi su «un piano di sostanziale alleanza»”.

Le accuse al duce non finivano qui. “Benché a conoscenza dello stato di assoluta impreparazione delle forze armate, egli aveva gettato avventatamente il paese in una guerra sanguinosa «non voluta né sentita da alcuno e non vivificata dall’odio contro il nuovo nemico»”, riassume Focardi, “Niente poi aveva fatto, quale suprema autorità militare, per contrastare la prepotenza crescente dell’alleato germanico, determinato a perseguire i propri esclusivi interessi, col pieno disprezzo e a discapito del popolo italiano, ritenuto «un popolo inferiore». Se vi era stato un tradimento, a commetterlo […] erano stati pertanto Mussolini e i tedeschi […]; i secondi brigando dall’inizio del conflitto per porre l’Italia in una condizione di grama sudditanza con l’intento di trasformarla in un «paese vassallo». Il capo del governo ammetteva che le condizioni dell’armistizio fossero «dure» («perché non dobbiamo dimenticare che siamo vinti»), ma sottolineava come la «reazione armata alle aggressioni di ogni genere germaniche» stava sempre più portando il paese su «un piano di collaborazione con gli alleati, che non potrà non contare alla conclusione della pace».

Occorre ricordare la grande efficacia dell’“incriminazione di Mussolini come «servo dei nazisti» e traditore della nazione, additato […] quale unico responsabile delle scelte sciagurate compiute dal paese. La colpevolizzazione del duce per la partecipazione italiana alla guerra e per la sua fallimentare conduzione permetteva al Regno del Sud di […] dispensare da ogni responsabilità la monarchia insieme all’establishment burocratico-militare per la ventennale collaborazione col fascismo culminata nella guerra e di riversare sulla nascente Repubblica sociale il peso infamante del tradimento nazionale; […] di assolvere dalle responsabilità per la partecipazione al conflitto tanto le forze armate quanto, più in generale, il popolo italiano, presentati come vittime di una guerra non voluta e di un alleato insincero e arrogante. Evidente era lo scopo cui mirava Vittorio Emanuele III: allontanare il marchio del tradimento e della sconfitta per mantenere il trono e porsi alla guida della nazione nella difficile lotta che allora si apriva contro i tedeschi e i fascisti”.