Sulla decenza e sul cattivo gusto

Ogni volta che si rivendica il diritto per le donne di vestirsi in modo sexy senza per questo essere accusate di provocare stupri, molestie e commenti maschilisti, c’è sempre qualcuno o qualcuna che tira in ballo l’argomento della “decenza” e del “cattivo gusto”. L’argomento consiste in affermazioni del tipo “Sì, va bene la libertà, però non si può andare in giro con i leggings che lasciano intravedere le mutande perché è indecente!”.
Una prima critica a questo argomento è che il limite della “decenza” convenzionalmente riconosciuto lo hanno già fissato la legge, per quanto riguarda i luoghi pubblici, e i codici di abbigliamento (dress code) per quanto riguarda determinati spazi come i luoghi di lavoro o le scuole.
Ma per quanto riguarda ciò che è considerato indecente da tutte/i le/gli improvvisate/i arbiter elegantiarum ma non dalla legge (i suddetti leggings, ad esempio), dopo che, qualche tempo fa, sono stata accusata di essere “un’estremista liberale” (sic) in una discussione sull’argomento, ho deciso di dedicarmi ad un’approfondita disamina di questa argomentazione.

Partiamo dalle definizioni (vocabolario Zingarelli 2011):

Decenza: 1 – caratteristica di chi o di ciò che è decente; sinonimi: convenienza, decoro. 2 – rispetto delle norme di decoro, dignità, pudore e simili richiesto dalle necessità del vivere civile.

Occorre quindi scavare più a fondo, concentrandosi sul contenuto delle norme che la decenza consiste nel rispettare. Il decoro (sentimento, coscienza della propria dignità, che si riflette nell’aspetto, negli atteggiamenti, nell’operato e simili) è un concetto che a sua volta ci rimanda alla dignità (stato o condizione di chi, o di ciò che, per qualità intrinseche o per meriti acquisiti, è o si rende meritevole del massimo rispetto). Sotto la voce dignità, il vocabolario ci aiuta a fare chiarezza con una postilla sulle sfumature di significato:

Dignità è lo stato o la condizione di chi o di ciò che, per qualità intrinseche o meriti acquisiti, si rende meritevole di rispetto e si comporta in modo tale da conservare tale rispetto. Un comportamento e un aspetto esteriore improntati a dignità costituiscono ciò che si chiama decoro. Più debole è decenza, che evoca un’apparenza o un comportamento adeguati al buon gusto e al pudore, ma non suggerisce un tratto di particolare distinzione.

Sappiamo già che il rispetto è dovuto a ogni individuo in quanto tale e che la dignità è una caratteristica che ogni essere umano possiede, che viene riconosciuta a ogni essere umano – la dignità della persona umana – e che nessuna azione, nemmeno le più spregevoli, ci rendono “indegni”. La dignità della persona umana è la radice su cui poggiano i diritti. Perfino i criminali di guerra, gli autori di genocidio, hanno diritto ad un giusto processo e ad essere trattati con dignità.

Da queste informazioni possiamo trarre due conclusioni. La prima è che non ha senso affermare che un determinato abbigliamento svilisca la dignità di chi lo indossa o renda tale persona in qualche modo “indegna” di rispetto. La seconda è che il concetto di decenza viene sostanzialmente ricondotto a quelli di buon gusto e di pudore.

Concentriamoci perciò su questi ultimi. Lo stesso vocabolario Zingarelli ci dice che il pudore è definito come:

1 – naturale sentimento di riserbo per quanto riguarda la sfera sessuale, la nudità e simili;

2 – senso di riserbo, di discrezione, di rispetto di sé e degli altri.

Dalla definizione 1 apprendiamo che il pudore è un sentimento, e in quanto tale è personale. Le persone possiedono diversi gradi di pudore: c’è chi parteciperebbe a una manifestazione come la SlutWalk in mutande e reggiseno, chi si sente in imbarazzo se la gonna le si solleva quando si alza da una sedia, chi non si sente a proprio agio a spogliarsi nemmeno davanti al proprio partner. Il senso del pudore dipende dalla personalità, ma anche dalla socializzazione: le persone che sono cresciute vedendo i propri genitori girare tranquillamente nudi per casa probabilmente avranno un grado di pudore minore rispetto a chi è stato abituato al riserbo per quanto concerne la nudità.

Ne consegue che non si può stabilire come le persone dovrebbero andare in giro vestite sulla base di un sentimento soggettivo. Perché io dovrei adeguarmi, ad esempio, ai criteri di pudore di un uomo saudita, o di un nudista? In questo campo, l’unica cosa che si può fare quando il proprio senso del pudore viene ferito dalla vista di una persona orrendamente impudica è voltarsi dall’altra parte. Sì, sono un’estremista liberale: non ho alcuna intenzione di difendere il vostro diritto a non avere la vostra vista turbata dall’impudicizia altrui.

L’altro concetto a cui abbiamo ricondotto la decenza è il buon gusto, che il vocabolario ci dice essere:

1 – capacità di individuare e apprezzare ciò che è bello in campo artistico, letterario e simili;

2 – capacità di apprezzare le cose belle e raffinate.

E qui ci stiamo infilando in quel ginepraio che è la bellezza, il senso estetico. Anche qui ovviamente sono questioni soggettive. Per quanto esistano dei criteri socialmente condivisi di bellezza, un ideale che comunque è tale solo relativamente al qui e ora, non si può imporre a nessuno di adattarsi a quell’ideale, che comunque non è un vincolo, poiché ognuno ha un’idea di bellezza personale, che può discostarsi anche di molto da quella socialmente condivisa.

Il buon gusto nell’ambito dell’abbigliamento, poi, è una questione ancora più complicata. Innanzitutto molte subculture giovanili rifiutano esplicitamente l’estetica e il buon gusto convenzionali, quelli per intenderci delle riviste di moda classiche (lasciando da parte la moda come avanguardia e sperimentazione). Un giovane punk non si veste certo con “buon gusto”, ma il suo obiettivo è esattamente quello: esprimere la ribellione attraverso il suo look.
Un altro esempio è quello di cantanti come Lady Gaga e P!nk: la loro estetica è deliberatamente trasgressiva di ogni norma di buon gusto, folle, sopra le righe, provocatoria.

Questo per dire che spesso le persone non si vestono assecondando un non meglio definito “buon gusto”, ma per esprimere sé stesse. A volte si vuole essere eleganti e di classe, altre volte si vuole essere rock, altre volte si vuole essere comodi, altre volte sexy, altre volte rompere gli schemi. Ad ogni umore, ad ogni atteggiamento corrisponde un look diverso, quindi non ha senso pretendere che tutti/e girino sempre vestiti in maniera elegante e raffinata.

E poi c’è il fatto che può capitare che una persona si senta elegante con un determinato look, anche se al giudizio di un osservatore esterno quel look appare improponibile. Io, ad esempio, detesto i vestiti di paillette. Molta gente ha una repulsione viscerale per il famoso sandalo con calzino di spugna stile turista tedesco. Il buon gusto ci dà forse il diritto di importunare con opinioni non richieste gli indossatori di sandali con calzini le indossatrici di abiti di paillette? Per quel che mi riguarda, mi giro dall’altra parte tenendo per me le mie opinioni e non mi sento lesa nei miei diritti nel fare questo. Di fatto, non mi farebbe piacere se una delle benpensanti dei leggings si sentisse in diritto di importunare me facendomi sapere che secondo lei non dovrei metterli.

Secondo la mia modesta opinione, a lei il vestito di paillette sta benissimo. Ma su chiunque sia meno longilinea starebbe malissimo.  Detto questo, ognuno è libero di indossare quel che vuole. Sempre.

Secondo la mia modesta opinione, a lei il vestito di paillette sta benissimo. Ma su chiunque sia meno longilinea starebbe malissimo.
Detto questo, ognuno è libero di indossare quel che vuole. Sempre.

Alla fine la radice del problema è che certe persone non riescono a capire che il loro sistema di valori non è universale, e che per questo il compromesso devono farlo loro – risparmiandosi il presunto diritto di commentare e bacchettare l’abbigliamento altrui e voltando lo sguardo dall’altra parte – e non gli altri, che secondo loro sarebbero tenuti a moderare il proprio comportamento perché non si conforma a un sistema di valori altrui.

 

 

 

35 pensieri su “Sulla decenza e sul cattivo gusto

  1. Allora discussione molto interessante , be intanto ci sarebbero anche da fare delle riflessione di tipo culturali mi spiego meglio agli inizi del secolo in occidente la gente a mare ci andava vestita in modo assurdo e super coprente possiamo dire(basta guardare foto del epoca) quindi nel tempo certe cose sono cambiate , un pò come il topless in spiaggia che per legge non è punito , dipende solo se la donna vuole farlo o no,intanto mi hai fatto venire in mente una cosa successa nella mia città parecchi decenni fa (avvenimento di cui ne sono venuto a conoscenza grazie alla tv dato che non era nato al epoca) ovvero che una turista del nord europa a palermo vestita con degli hot pants negli anni 60 , era stata accusata di atti osceni in luogo pubblico ovviamente è stata assolta dato che il giudice a stabilito che andare in pantaloncini molto corti nel meridione in estate non è reato( e vorrei ben dire considerando il caldo che fa in quei mesi da queste parti),come dici tu già la legge parla abbastanza chiaro e poi ci sono delle norme di comportamento per quanto riguarda l’abbigliamento in certi luoghi, be è chiaro che il discorso cambia se parliamo di una ragazza che passeggia per strada , per la legge potrebbe anche camminare con hot pants cortissimi(quelli tipo a mutanda che lasciano intravedere un pò il lato B) poi un reggiseno e magari una maglietta di quelle molto trasparenti , abbagliamenti simili non sono poi tanto inconsueti a Mondello i sabati sera d’estate(una borgata marinara vicino a Palermo) be se questo vestiario piace alla donna/ragazza e il tempo lo permette non vedo perché non metterselo del resto i vestiti sono fatti per essere indossati poi possono essere molto lunghi o molto corti ma il concetto e questo , e poi come fai notare nel articolo il concetto di pudore e molto relativo ,come una spiaggia dove è comune che le ragazze si mettano in topless per esempio , oppure per esempio una donna che non si imbarazza ad allattare davanti ad altre persone per esempio , (ovviamente in questa discussione lasciamo stare cose come abiti che stanno male o pessimi abbinamenti cromatici questi sono altri discorsi) e comunque se uno non piace quello che vede può girarsi dal altra parte , come paese dove uno si può vestire come vuole anche a livello normativo l’esempio perfetto è la Spagna se non sbaglio li non esiste proprio il reato di atti osceni (potrei sbagliarmi eppure hanno fatto video in qui donne nude a Barcellona passavano indisturbate davanti a poliziotti per non parlare di alcuni film porno fatti per quelle strade) e poi il concetto di pudore e cattivo gusto può cambiare molto nel tempo , certo forse considerare il petto nudo maschile come quello femminile questo be non so se avvera ma non è impossibile.

    • Grazie per il tuo interessante commento, sono d’accordo con tutto (devo verificare l’informazione sulla Spagna, ma ora non posso farlo).
      Non ho idea di come si applichi il concetto di decenza agli uomini, perche’ ho esperienza solo di critiche fatte da donne ad altre donne (critiche che in molti casi sono pure slut-shaming spacciato per critica sullo stile). Non ho mai sentito le aspiranti Enzo e Carla discutere della decenza dell’abbigliamento maschile.

      • Be in quel caso non penso esiste il concetto di decenza ma la massimo solo vestito bene o vestito male , non esistono abiti scollati o sexy per gli uomini questo è abbastanza risaputo.

      • Su “scollati”, è ovvio. Su sexy, sono in disaccordo. Io per esempio trovo molto sexy le bretelle da uomo (vedi alla voce Capitano Jack Harkness, in Torchwood, o Capitano Malcolm Reynolds, in Firefly). Ma è anche vero che è un concetto di sexy che non c’entra con la pelle scoperta o cose del genere.
        Però mi ci hai fatto pensare: molte “aspiranti Enzo e Carla” ritengono che il massimo dell’offesa alla decenza nell’abbigliamento maschile sia non portare la cintura dei jeans e lasciar quindi vedere l’orlo (o qualcosa di più) delle mutande.

  2. Be quando era di moda molto ragazzi portavano questi pantaloni a vita bassa che facevano vedere un pò delle mutande, ma questa è l’unica eccezione , anche perché poi certi abiti possono esistere ma un altro conto è sdoganarli tipo una maglietta o una camicia trasparente o semi-semitrasparente per uomo , comunque in spagna esiste un paesino dove tutti gli abitanti sono naturalisti quindi vivono senza vestiti , di certo il loro concetto di pudore e buon gusto è diverso dal nostro El Fonoll si chiama questo posto.

      • ci sono vari posti nel mondo dove ci sono intere città che permettono di girare nudi o per tutta la città o in varie parti della città, comunque non allontanatoci troppo dal discorso iniziale una donna dovrebbe potersi vestire come vuole , la lunghezza dei vestiti non è importante, certo poi potremmo discutere se considerare normale una donna e se sia una libertà che una donna possa camminare in mutandine e reggiseno ( o in costume quando non è ne in spiaggia ne vicino al mare tralasciando che esistono costumi trasparenti )per strada, be anche se fosse una cosa non punita dalla legge dubito che una donna la farebbe comunque , personalmente no so le posizioni delle femminismo su questo tema, be se dovessimo considerare come si (s)vestono le star sul red carpet e considerando certe pubblicità video musicali ecc, diciamo ironicamente che una donna potrebbe camminare mezza nuda per strada (comunque quel video di cui ti parlavo di una donna che camminava nuda per strada a Barcellona era un esperimento sociologico be tutti la guardavano e molti hanno scattato foto e filmata ma nessuno però ha fischiato o detto frasi volgari e la polizia era passata ma non ha fatto niente )

      • Credo che nessuna/o nel femminismo si sia posta/o il problema della libertà di girare in mutande e reggiseno per strada perché è una situazione decisamente improbabile.
        Io non so se lo farei. Dipende tutto dal contesto: forse durante una manifestazione, sapendo di poter contare sulla protezione e sul sostegno del corteo, di certo mai e poi mai se fossi sola o accompagnata solo da qualche amica/o.

  3. Capito , io penso come detto anche in precedenza che non si dovrebbe criticare una donna perché si veste sexy, se poi il vestito gli sta male è un alto discorso , come altri look interessanti abbiamo http://blog.dorafashionspace.com/wp-content/uploads/2013/05/hot-pants-colorati-divissima.png oppure questi (parlo della parte di sotto) http://bikiniworld.divissima.it/sites/default/files/jeans%20shorts-denim.jpg , http://bikiniworld.divissima.it/sites/default/files/jeans%20shorts-colorati.jpg

  4. No i leggings no i leggings no i leggings no i leggings no!
    2 – capacità di apprezzare le cose belle e raffinate <– !!!!!
    (Comunque la critica ai leggings non è sempre di stampo sessista: io trovo orridissimo l'effetto nudo per quel che riguarda volumi e proporzioni, li vedo e mi salta all'occhio ciò che non c'è prima ancora di ciò che c'è. E guai a dirmi che è una questione soggettiva! Mi vien voglia di incendiare qualsiasi prodotto degli anni 80; e se finirete con lo rispolverare pure le spalline da rugbysta lo farò, giuro.)

  5. Restiamo sempre nell’ambito del soggettivo. Anche volendo rifarsi a parametri come l’eleganza, ho gia’ scritto nel post che non tutte, non sempre, mirano ad essere eleganti.
    Anche se, soggettivo per soggettivo, hai presente quegli outfit formati da leggings, canottiera aderente e sopra la canottiera una maglia piu’ corta e dalle proporzioni piu’ ampie? Non ho un’immagine sottomano al momento, ma io li trovo molto carini, pur non essendo il mio stile.

    • Presente, però non mi piace neanche quello. Che poi la maggior parte delle persone non miri ad essere elegante è fuor di dubbio – io per prima – anche se forse abbiamo un concetto un po’ rigido d’eleganza, un po’ borghese. Può ad esempio un look sportivo essere al contempo elegante?
      I leggings per me però vanno oltre il concetto d’eleganza, li trovo casalinghi, “intimi”, mi ricordano i collant e manco a dirlo detesto i collant.
      La cosa che piú si avvicina ai leggings come capo d’abbigliamento trovo sia la calzamaglia – e che ne pensi della calzamaglia? – e se vedessi un sacco di calzamaglie in giro temo mi trasformerei nella vecchina di paese del “dove andremo a finire”.
      A proposito, hai mai visto sienna miller andarsene in giro coi soli collant? – cioè coi soli collant sotto, vestita per il resto, non nuda coi soli collant.

      • Forse è davvero quello il punto, il fatto che la parola eleganza sia associata a uno stile che definirei classico, formale, sobrio, o nelle tue parole calzanti, un po’ borghese.
        Non so quanti anni tu abbia, ma per me che ne ho 19 i leggings sono un capo da tutti i giorni, la scelta comoda e non impegnativa – perché vanno con tutto – che forse per le generazioni precedenti erano i jeans.
        Non dico che la tua percezione sia sbagliata (non lo è), però credo che poche ragazze di oggi la condividano. Magari è un’altra piccola-grande rivoluzione nell’abbigliamento come lo è stata la minigonna?

        Io amo i collant. Preferisco mille volte gonna o miniabito + collant a un paio di jeans.
        Calzamaglia, calzamaglia…a parte il suono buffo di una parola così inusuale – come ciò che descrive del resto – Wikipedia non sa dirmi della calzamaglia molto di più oltre al fatto che somiglia ai collant. Perciò non vedo perché dovrei considerarla diversamente da questi ultimi.
        Ho visto le foto di Sienna Miller, le ho appena cercate su Google, e francamente non vedo il problema. Io non andrei in giro così per via dei complessi che mi faccio circa il mio sedere, ma se lei si sente abbastanza sicura di sé da volerlo fare, ripeto, non vedo il problema.

      • No aspetta, ho appena letto una cosa scioccante: voi ciofani non volete piú bene ai jeans? Li avete sostituiti coi leggings? Manco coi jeggings?
        Temevo questo momento, pensavo sarebbe arrivato un po’ piú in là ma sapevo sarebbe arrivato: son ufficialmente una vecchia.
        Per calzamaglia intendo quella alla superman, la tutina aderente da collo a piedi, vero che s’intende anche dalla vita in giú ma credevo fosse piú nota. (Ok va bene, anche il mio vocabolario è datato)
        Il look di sienna miller – che trovo brutto e scemo, giusto per battere il ferro finché è caldo – mi ricorda quella volta in cui, per sbaglio, sono uscita di casa con due scarpe l’una diversa dall’altra; appena me ne sono accorta son fuggita da dov’ero e son tornata a casa a cambiarmi.

      • I leggings sono “everyday clothing” più dei jeans, anche se ovviamente continuiamo a indossare i jeans. Ma ammettiamolo, i leggings sono più comodi.
        Dubito che le calzamaglie come dici tu saranno mai indossate abitualmente, all’infuori di categorie come circensi e cosplayer di supereroi, ma se dovesse accadere adotterei la mia filosofia del vivi e lascia vivere anche per le calzamaglie.
        Sienna Miller ha voluto farsi notare? E’ stato un passo falso secondo gli standard di Giusi Ferrè o di Enzo&Carla? E quindi?

        Non so perché tante persone considerino il volersi far notare una cosa negativa a prescindere. Non sto parlando di te, è solo che è una frase che viene detta sempre con una punta di disprezzo (“Quella sta solo cercando di farsi notare”).

      • Sí certo, son comodi… però… (inutile, non ce la faccio a voler bene ai leggings)
        Ma non è un male il volersi far notare! E no, il look non è brutto secondo gli standard degli innominabili – dei borgatari privi di gusto la cui notorietà è inspiegabile – ma è il tipico caso di una che ha sempre puntato troppo sul cercare di tenere alta l’attenzione su di sé fuori dallo schermo, un look creato ad hoc per far parlare di sé. Male, in questo caso. Mettendo da parte il vivi e lascia vivere – che non può essere applicato a Miller che di quel gioco fa(ceva) parte e l’unica cosa a cui non era interessata era di certo una sana indifferenza – si può ancora parlare di buon gusto, o ciò che si intende per tale? Lasciando proprio da parte i commenti sulla persona come quello da te riportato, che raramente hanno a che fare col look indossato.

      • E’ difficile – come del resto anche nel tuo commento – tenere separati i giudizi sul look in sé dall’aspetto del perché sia stato scelto (“per far parlare di sé”).
        In questi casi io cerco di ignorare completamente il secondo aspetto, perché non mi sembra giusto prenderlo in considerazione. Mi sembra scontato che le celebrità – specie quelle un po’ di secondo piano – facciano cose per tenere i riflettori puntati su di loro. Non mi interessa dare un giudizio su questo.
        Se per “buon gusto” intendi “la definizione socialmente condivisa di buon gusto” probabilmente non si applica al look di Miller. E quindi?

      • Ma non ti pare giusto tenerlo in considerazione per valutare al meglio il look o per altro?
        “E quindi?” E quindi si possono ancora dare – o riuscire a dare – dei giudizi negativi relativi all’abbigliamento che una persona sceglie di indossare o dovrebbero sempre essere evitati perché l’abbigliamento diventa parte di come una persona sceglie di presentarsi ed il giudizio finisce col diventare giudizio della persona stessa?
        Personalmente odio il politicamente corretto ed anche il vivi e lascia vivere non mi tange in particolar modo: anche volendo impedire ad una persona di scegliere un look improponibile non ho il potere di farlo, né commento ogni persona che incontro per la strada, per cui il problema non si pone.
        La questione mi intriga a tal punto che ho finito con l’appuntarmi tutti i commenti sentiti negli ultimi tempi e scindere tra quelli che riguardavano unicamente l’estetica e quelli che celavano una critica alla persona.
        Trovo anche interessante come si possa dire liberamente ad una persona “quel colore ti sta di merda” senza che questa la prenda come un’offesa ma non “quella scollatura non ti dona”, come se per forza lo scopo dovesse essere insultarne la fisicità – e come se l’incarnato non fosse parte di quest’ultima.

      • In merito alla tua prima domanda, sarei incline a rispondere “la seconda”. Io, quando do giudizi sull’abbigliamento, mi sforzo di scinderli dalle persone che li indossano, però anche io li do, e mi sforzo di riconoscerne la parzialità e la soggettività. Per esempio, ritengo che le gonne e i top con stampa ad ananas su fondo verde limone della scorsa collezione estiva di H&M fossero ributtanti.
        Se vedessi una ragazza che sfoggia orgogliosa tale completo storcerei il naso, ovvio, perché non rientra nel mio gusto personale, ma più in là di così non posso andare.
        Personalmente, non trovo offensivo il “quella scollatura non ti dona” ma sono anche convintissima che tutte le “regole” su come bisognerebbe vestirsi e cosa bisognerebbe evitare per “valorizzare” il proprio fisico siano alla fine nient’altro che un modo subdolo per far sentire le persone a disagio con il proprio corpo fingendo di volerle invece aiutare a sentirsi meglio.
        Celare i propri difetti e valorizzare i propri punti di forza sono due espressioni che hanno senso solo relativamente ad un canone di bellezza, proprio come “elegante” e “sciatto” sono due aggettivi che hanno senso solo relativamente ad un canone socialmente costruito e convenzionalmente accettato di eleganza.
        Io invece credo che ognuna/o debba indossare ciò che le/gli piace, che la/lo fa sentire bene e bella/o (anche se poi non è sempre facile continuare a sentirsi bene sotto le occhiate di disapprovazione altrui, lo so. Mi è capitato giusto ieri, quando ho deciso che calze sopra il ginocchio, minigonna, creepers e un maglioncino – tutto nero – fossero il look giusto per andare a lezione in università, e ho passato la giornata alternando momenti in cui vedendo la mia immagine riflessa nelle vetrate mi sentivo bene a momenti in cui coglievo certi sguardi critici nella mia direzione e mi sentivo leggermente a disagio).

        Comunque per “colpa” di questa discussione ora sto notando molto di più i leggings che vedo in giro. Non sono più una parte insignificante della variegata folla di studenti e studentesse che mi circonda, ora li VEDO. E sebbene il mio giudizio non sia cambiato, mi ritrovo a osservarli più di quanto vorrei.

      • Ora li vedi, LI VEDI! Essi Vivono!
        Son solo in parte d’accordo col resto del discorso, perché mi pare ridurre l’estetica solo ad una rigida dottrina appositamente creata per discriminare le persone. Ad esempio non trovi che, a seconda dell’incarnato, certi colori valorizzino piú di altri? È sempre una questione di armonia. Uso spesso questo esempio proprio perché di solito è svincolato da una certa retorica.
        Sí, gli ananassi H&M erano di un kitsch un filino molesto e dire che adoro il kitsch.

      • Mi scuso per il ritardo nel risponderti, innanzitutto.
        Non essendo l’estetica come disciplina il mio campo, l’unica risposta che posso darti riguarda le norme sociali relative all’estetica, la cui funzione – secondo la teoria della distinzione di Pierre Bourdieu – è essenzialmente di distinguere le classi superiori da quelle inferiori (ad esempio, nell’antichità la pelle chiara era segno di bellezza femminile perché solo le aristocratiche, non lavorando, potevano permettersi di averla; allo stesso modo la pelle liscia, e un corpo formoso nel Rinascimento era segno di bellezza perché solo le donne ricche mangiavano abbastanza da averlo). Adesso, con la progressiva scomparsa delle classi sociali nella società contemporanea occidentale, questo fenomeno si è attenuato, ma ciò non toglie che almeno quando si parla di tipi corporei le norme sociali relative all’estetica sono discriminanti – anche se non sono intenzionalmente progettate per esserlo. In effetti quasi nessun costrutto culturale è PROGETTATO, sono solo sedimentazioni di idee, atteggiamenti e orientamenti che formano il senso comune e vengono accettate acriticamente.

        Se parli di make-up, sì, sono d’accordo sui colori. Naturalmente la mia opinione deriva anche dal modo in cui sono stata socializzata, ma proprio perché lo riconosco evito di pretendere che la mia opinione abbia validità per altri all’infuori di me, e incoraggio tutte/i a vestirsi e truccarsi nel modo che le/li fa sentire bene, che è l’unico criterio valido. Tanto, comunque ci si vesta si ferirà sempre il senso estetico di qualcuno, no?

        Quando dici “valorizzino”, a proposito, a cosa ti stai riferendo?

    • Difficile dare un giudizio perché ovviamente gli abiti da sera sono fatti per essere il più scenici possibile, per essere maestosi e sorprendenti.
      Quello di Rita Ora è molto osé e non lo definirei elegante, ma lei ha uno stile molto trasgressivo e l’abito s’intona alla sua immagine. Oltretutto è studiato per essere rivelatore ma non troppo. E mi piace molto l’asimmetria.

      Quello di Jennifer Aniston non mi piace per via delle pieghe che fa, del modo in cui le cade sul corpo, almeno in quelle foto. Magari ne hanno prese alcune non riuscite bene apposta. L’abito in sé è comunque carino.

      Quello di Irina Shayk non mi piace, ma il gusto è personale. Ciò che non mi piace è il modo in cui l’abito finisce come fosse un paio di collant sulle gambe.

      Quello di Heidi Klum ha un bel colore, ma mi sembra che la ingoffi un po’ invece di sottolinearle la figura.

    • Questo è un acchiappaclick abbastanza irritante: è facile fare confronti del genere andando a scegliere apposta i look meno riusciti, le foto venute male (il vestito di Lady Gaga è lo stesso della sua campagna pubblicitaria per Versace, ma al netto di photoshop è ovvio che chiunque da seduta sembri meno snella che in piedi o sdraiata), o persone famose il cui corpo non corrisponde perfettamente agli standard di magrezza (tipo Kim Kardashian) confrontate con persone longilinee e snelle.
      Il confronto è sleale, insomma. Le foto del lato “ieri” sono tutte stupende. Le foto di “oggi” sono prese apposta per non esserlo.

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