Gli stupri delle truppe coloniali fra mito e realtà

Nel capitolo precedente di questa serie di post che copre il libro di Michela Ponzani Guerra alle Donne abbiamo parlato degli stupri di massa compiuti dalle truppe tedesche durante l’occupazione del territorio italiano, e in quello ancora prima degli stupri compiuti dai fascisti sulle partigiane, quindi di due diverse strategie del terrore, l’una nell’ambito della «guerra ai civili» e l’altra nell’ambito della «guerra civile», cioè contro il nemico politico. C’è tuttavia un altro tipo di stupro, a cui la storica ha dedicato l’ottavo capitolo del proprio saggio, intitolato emblematicamente “Marocchinate”.

Si tratta degli stupri compiuti dalle truppe alleate, particolarmente sconvolgenti e dolorosi per le aspettative gioiose che la popolazione aveva nei confronti dei liberatori, quelli che distribuivano viveri alla popolazione (un’immagine frequente, anche se, ricorda Ponzani, “più che corrispondere a un reale e sincero senso di solidarietà, [era] da imputare alle operazioni di una propaganda che vuole mostrare l’opulenza e quindi la forza e la superiorità del vincitore sulle condizioni di fame e miseria del vinto”). “Il passaggio delle truppe alleate porta ovunque spensieratezza e anche la possibilità di godere di divertimenti e di un po’ di tempo libero, fino a quel momento inimmaginabili”, ricorda Ponzani, “Le donne tornano a divertirsi anche se con uomini stranieri, generando non poco fastidio nei padri e nei mariti che si sentono doppiamente sconfitti per aver perduto contemporaneamente la guerra, il rispetto e la considerazione delle loro donne. […] [I soldati americani hanno] riportato una leggerezza nel vivere che nella memoria si lega a doppio filo con la possibilità di recuperare un po’ della propria gioventù; rari momenti di felicità che si sono perduti con la guerra”.

Ma non per tutte le ragazze l’arrivo degli alleati significa la possibilità di ricominciare lentamente la vita normale. Molte testimoni ricordano i “«marocchini» di cui si sente tanto parlare. Si tratta, nello specifico, dei Goumiers, i soldati coloniali marocchini e algerini della truppa irregolare inquadrata nel corpo di spedizione francese, che hanno partecipato alla campagna d’Italia come componenti del XVI gruppo d’armata anglo-americano; sono loro, in quella primavera-estate del 1944, a lasciarsi andare a una serie impressionante di saccheggi, uccisioni, torture e stupri di gruppo contro la popolazione civile”, spiega Ponzani, che tuttavia aggiunge, “Nel caso delle «marocchinate», il racconto della violenza è però, soprattutto, il risultato di una mediazione sociale, culturale e politica, in cui s’intrecciano credenze popolari, superstizioni religiose, distorsioni della realtà e oblii“.

I pregiudizi razzisti presenti nella mentalità popolare, e alimentati da più di dieci anni di propaganda razzista del regime, fanno sì che le popolazioni facciano di tutta un’erba un fascio, confondendo indiani, marocchini, algerini, accomunati nella bestialità, e che si attribuisca a loro soli, almeno nella narrazione collettiva, la responsabilità degli stupri di massa.

“Il comportamento dei civili dimostra però anche fino a che punto i temi della propaganda della Repubblica sociale siano stati introiettati nel profondo delle coscienze. Le disposizioni autoritarie del governo di Salò, che mirano a garantire la difesa dei civili dall’azione di queste truppe, fanno sentire di nuovo protetti”. La RSI, infatti, legalizza l’aborto per i soli casi, vagliati uno per uno dal Ministero dell’Interno, in cui donne italiane siano rimaste incinte a causa di stupri commessi da «stranieri nemici spesso appartenenti a razza non ariana» perché tali azioni «compromettono la sanità e la purezza della nostra razza». Nessuna motivazione umanitaria, quindi, ma solo razziale.

Se le partigiane sapevano riconoscere la motivazione politica dietro le violenze da loro subite, altre mentalità portano  differenti interpretazioni: “il significato che le comunità contadine […] danno agli stupri di massa compiuti dai soldati «di pelle nera» è invece tutto da ricondurre all’interno di una tipica interpretazione della guerra propria delle società rurali, dove […] i conflitti bellici e la stessa violenza nazista sono […] considerati comunque inevitabili al pari delle catastrofi naturali“, spiega Ponzani, “Così, per Maria Z. è nella natura delle cose che «in autunno le sorelle nascondevano i fratelli dai nazisti e in primavera i fratelli proteggevano le sorelle dai marocchini»”.

“La realtà di una guerra che è insieme un conflitto tra razze, di conquista e di sterminio, combattuta in violazione di tutte le regole che avevano disciplinato l’esercizio della violenza tra Stati sovrani, fin dal XIX secolo, viene per questo sottoposta a un processo di distorsione. Nasce da qui il mito irrazionale del «bravo soldato tedesco», il mito del soldato della «Wehrmacht sostanzialmente buono rispetto alle SS-cattive», che avrebbe rispettato le donne a differenza delle truppe francesi e dei soldati marocchini e algerini”, afferma Ponzani, citando L. Klinkhammer, e più oltre aggiunge, “Il comportamento dell’esercito tedesco verso la popolazione civile viene allora giustificato a posteriori in base all’idea che vi siano state esigenze militari maggiormente comprensibili rispetto all’esplosione della violenza alleata, certamente più grave e assolutamente immotivata proprio perché compiuta dai «liberatori»”.

“Il lungo silenzio su queste violenze, da parte di popolazioni costrette a vivere tra le macerie delle case distrutte dai bombardamenti, sotto la minaccia dell’occupazione tedesca prima, e soggiogate dai crimini delle truppe francesi poi, non è tuttavia il solo risultato delle sofferenze patite; di traumi che non riescono a trovare una spiegazione accettabile e razionale. Si tratta piuttosto di una conseguenza inerente alla costruzione di una memoria pubblica della guerra «conflittuale», in cui non vi sarà mai posto per la narrazione di esperienze lontane dal mito patriottico della Resistenza armata e vittoriosa del Nord e degli Alleati «liberatori» che hanno restituito «la democrazia»“, afferma Ponzani, che prosegue, “Il fenomeno della rimozione degli stupri compiuti dai marocchini, simile all’oblio già riscontrato per i casi di abuso compiuti a Nord della linea Gotica, è […] essenziale per ricomporre le comunità sconvolte dalla guerra e per poter estinguere il conflitto civile interno; si tratta però di un’operazione complessa, che rende «indispensabile cancellare ogni traccia di violenza destrutturante i valori condivisi da una comunità». […] I processi di rimozione […] sono anche all’origine dello scarso numero di denunce effettuate dalle vittime nel dopoguerra, che si rivelano per questo del tutto insufficienti a quantificare il fenomeno degli stupri”.

Ovviamente, oltre al processo di rimozione, all’origine delle mancate denunce c’è il timore di essere additate come corresponsabili dal solito meccanismo victim blaming. Nelle parole di Ponzani, “molte vittime evitarono di denunciare le violenze subite e di sottoporsi a cure mediche per non essere individuate ed evitare, così, di essere additate, in qualche modo, per sospetta collusione con i carnefici. Il senso di vergogna per quanto accaduto è del resto sempre presente nelle testimonianze […]”.

La pensione di guerra fu concessa solo alle vittime che avessero contratto una qualche forma di malattia venerea e quindi potessero dimostrare concretamente la violenza subita. […] «Per il contagio e non per lo stupro, infatti la violenza sola, pur accertata non bastava se la donna, o la bambina, non era stata contagiata. Sempre generoso lo Stato con le donne!»”, ricorda Ponzani, citando Maria Teresa F. In molti casi, oltre alla vittimizzazione secondaria e alla discriminazione da parte delle istituzioni, le donne dovettero affrontare, “la condanna morale e psicologica delle comunità di origine, con l’effetto di rinchiudere le vittime in un sentimento di vergogna e di abbandono“, nelle parole di Ponzani, che più oltre continua, “Non sono solo le comunità rurali e culturalmente arretrate ad avere difficoltà ad accettare questa drammatica esperienza nel tessuto sociale locale: le vittime […] sono additate come colpevoli proprio dai loro mariti per non aver saputo resistere alla violenza, e perciò ripudiate. […] Lo stupro è nella mentalità maschile una condizione impossibile da accettare. La violenza alle donne è infatti prima di tutto una consuetudine bellica, un oltraggio del vincitore sul vinto, e non invece – come si aspetterebbero le vittime, ansiose di una consolazione che invece non arriverà se non in rari casi – come una violenza che riduce le donne a simbolo di conquista”.

3 pensieri su “Gli stupri delle truppe coloniali fra mito e realtà

  1. Pingback: Le “amanti del nemico”: collaborazioniste e donne innamorate | Il Ragno

  2. Allora personalmente immaginavo che parte delle truppe alleate si fosse macchiato anche di crimini abbastanza gravi anche in italia ma non sapevo bene di quali , non ero a conoscenza di questo fatto ma spesso quando si tratta dei vinti certi fatti vengono cancellati dai vincitori sopratutto quando i vinti sono stati molto spietati con i vincitori in guerra , sapevo di molti stupri fatti dai sovietici contro i civili in Germania sopratutto a Berlino, oltretutto trovo molto triste il fatto che lo stupro sia considerato solo quando sia fatto da soldati africani per via del razzismo dilagante, uno stupro si deve condannare al di la della razza dello stupratore, e un rapporto amoroso fra due persone consenzienti e maggiorenni deve essere accettato al di la della razza dei due.

    • Comprendo la necessità di rimuovere questi fatti in nome della coesione nazionale sessant’anni fa, in quel tipo di cultura e mentalità.
      Però ora siamo abbastanza distanti da quell’epoca per poter guardare anche i fatti più dolorosi in modo obiettivo e affrontarli (il libro di Ponzani è stato pubblicato nel 2012). Ed è giusto farlo.

      Tutto questo per dire che sono pienamente d’accordo con il tuo commento, e anche con il fatto che in quelle circostanze storiche era impossibile che l’argomento venisse affrontato con una consapevolezza come quella che abbiamo – o dovremmo avere – oggi.

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