Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 5)

Nel quinto capitolo di questa ricca raccolta di saggi Duby si dedica all’analisi del Roman de la Rose, opera di Guillame de Lorris; un’analisi che parte dall’osservazione degli effetti di un cambiamento climatico avvenuto nel nord della Francia fra il IX e l’inizio del XIII secolo, che ha portato ad estati meno umide e inverni più miti e di conseguenza a un aumento della produttività agricola. Duby lo descrive: “Migliaia e migliaia di famiglie contadine, spingendosi avventurosamente ai margini delle lande e delle paludi, hanno estirpato, bruciato, drenato, aperto dei solchi, piantato dei ceppi, respingendo sempre più lontano le aree improduttive”.
Non che questo abbia portato a un miglioramento delle condizioni di vita del popolo: “i rapporti sociali si fondavano a quei tempi sul sistema di produzione signorile, ossia su crudeli disparità, su un sistema sempre più perfezionato di tasse e di canoni di affitto che abbandonavano nelle mani di pochi fortunati tutti i frutti delle conquiste rurali. […] In nessun luogo d’Europa lo sviluppo agricolo era stato maggiore che nell’Ile-de-France, e il potere politico più vigoroso, più ricco di risorse, più capace di mantenere intorno a sé la fecondità di tutte le creazioni della mente, aveva finito per stabilirsi nel cuore di queste campagne prosperose. Là fu scritta la prima parte del Roman”.
L’opera di Gullame de Lorris si colloca “al sommo di un edificio culturale la cui costruzione era durata dei secoli, le cui prime basi erano state gettate al margine dei progressi agricoli”: la cultura delle corti. Nel farlo, ci rammenta una lezione importante: sebbene le condizioni economiche e politiche non determinino la cultura di una data società in una data epoca, di certo la influenzano.

Duby sottolinea il duplice significato etimologico della parola cortese: da curtis, la “dimora nobile al centro di un grande dominio”, e da curia, che “designa un «parlamento», un gruppo di uomini riuniti attorno al loro capo per discutere con lui e aiutarlo coi loro consigli a risolvere gli affari comuni”. “L’incontro dei due vocaboli riflette molto bene la natura della feudalità, che ha radice, a un tempo, nella signoria rurale e nella compagnia militare. La feudalità è lo spezzettamento del potere”.
Lo storico ci parla anche della “sostanziale uguaglianza […] tra il signore e i suoi compagni di guerra. Per loro nessun servizio, se non d’armi e di consiglio, nobili prestazioni, meritevoli di una ricompensa […]. Per loro, niente obblighi, se non quelli di una morale i cui pilastri, le virtù di lealtà e di valore, vennero a sostenere l’intero sistema dei valori aristocratici e lo spirito di corpo […]. I guerrieri affrontavano la morte al fine, pretendevano, di proteggere i preti e i lavoratori. Questo sacrificio meritava che in cambio fossero salvati dalle preghiere dei primi e nutriti dai tributi imposti agli altri. Dava loro il diritto di non far nulla, all’infuori del loro mestiere di combattenti, e di ridersela quando il pericolo si allontanava”.
In questo contesto, “Dal 1100 la signoria rendeva abbastanza per offrire agli uomini di guerra i mezzi e il gusto di civilizzarsi, di rinunciare in parte alle rapine e ai saccheggi, e, al tempo stesso, di non piegare più i ginocchi davanti alla Chiesa”. E mentre il ceto dei cavalieri si civilizza, inizia a produrre un proprio mondo culturale: “Parole tratte dal dialetto abituale, ma un po’ alla volta elevate a uno stile, adattate alle melodie, componendo, sempre più diversificate dalla lingua popolare, il linguaggio scelto del bel mondo, divennero […] letteratura. Questa, per noi, ha alle sue origini dei capolavori, canti che giustamente si erano imposti all’ammirazione, che erano stati giudicati degni di essere trascritti su pergamena, come, prima d’allora, solo la Scrittura, i suoi commenti e i classici della latinità. Attraverso questa letteratura si rafforzò l’ideologia cavalleresca. Degli intellettuali – ossia degli ecclesiastici – cooperano alla sua realizzazione. Ma essi vivevano nella casa di un principe, cercavano prima di tutto di accarezzarne i gusti […]. La visione del mondo proposta da questi poemi e condivisa da tutti i nobili si sottrasse dunque alla morale della Chiesa. Dacché la cultura cortese prese forza, si affermò risolutamente autonoma nei confronti della cultura dei preti […] era dunque aggressiva, scherniva gl’inviti alla penitenza, alla rinunzia, invitando a godere di tutti i piaceri del mondo. Ecco perché il primo Roman espelle a un tempo dal giardino la Povertà, virtù principale dell’altra morale [cattolica] e Papelardie, ossia la devozione”.

Dopo il 1100 la prosperità favoriva anche la rinascita degli Stati, e dunque la restaurazione nella cristianità di una specie di pace. Le crociate arginavano la turbolenza cavalleresca respingendola verso l’esterno. All’interno, la guerra tendeva insensibilmente ad assumere l’andamento di un giuoco, regolato, codificato. […] La cavalleria trovò distrazione e, al tempo stesso, di che perseverare nel suo esercizio e rafforzare il senso della propria superiorità sociale, nei tornei”: battaglie simulate in cui era escluso l’odio per l’avversario, che era un proprio pari. Un ceto di guerrieri esiste per combattere: è quella la sua prerogativa sociale, la fonte del suo prestigio e della sua legittimazione. “Ben lo sapevano i principi che ogni anno, a primavera, portavano in tournée i guerrieri della loro provincia. Questa vi trovava sollievo e quelli ritornavano agguerriti, e per di più carichi di bottino e di gloria”, osserva Duby.
Di nuovo, lo storico francese richiama la nostra attenzione sul fatto che nella cultura cortese il termine «giovane» indicava “il gruppo dei cavalieri che avevano terminato il loro apprendistato, ricevuto intorno ai vent’anni solennemente le armi e le insegne del mestiere, ma che ancora non avevano trovato […] da installarsi nella loro propria signoria e che, nell’attesa, «torneavano»”. Questo stato “si protraeva sempre per parecchi anni e spesso non finiva mai”, perché dipendeva dalla morte del padre, per i primogeniti, o dal ricevere un proprio terreno dal signore per tutti gli altri.
Per il fascino che esercitava il suo stile di vita, per la nostalgia che conservavano dei suoi piaceri quelli che non li condividevano più, e per l’impazienza che attizzava in essa l’appetito di cogliere ciò di cui si riteneva privata, la «giovinezza» dominò l’evoluzione dei valori aristocratici. Ancora nel 1225 li dominava. La prima parte del Roman de la Rose fu scritta, anch’essa, per dei «giovani»”.

Il Roman si presenta “come un’opera d’iniziazione, un’«arte» di portarsi bene, di progredire nella perfezione di uno stile”, e il luogo naturale di tale processo era “la casa del signore, il gruppo di ragazzi di cui si circondava […]. Accogliere, mantenere in casa sua i figli dei suoi feudatari costituiva […] uno dei suoi primi doveri, imposto dal contratto di vassallaggio. Un dovere e un diritto: era una delle forme della sua generosità, ma era anche il mezzo più sicuro di assicurare ai successori l’autorità sulla generazione che veniva su. I ragazzi gli venivano mandati molto presto, quando uscivano dall’infanzia; in compagnia dei figli del signore iniziavano il loro apprendistato di schermidori. Il signore li «vestiva», forniva loro l’equipaggiamento militare quando armava i suoi figli, poi […] li «tratteneva» […] finché non succedevano al padre nel feudo”.
Essendo che i giovani cavalieri non guadagnavano nulla, la corte dipendeva dalla «liberalità» del signore che li manteneva: questa virtù era continuamente elogiata nella letteratura, come avviene nel Roman de la Rose. “La cortesia, e attraverso di essa tutta la società aristocratica, riposava sulla liberalità e i chierici di corte, compiacenti, fingevano di confondere questa con la carità del cristianesimo […]. A questo punto precisamente si vede l’articolarsi delle strutture economiche ed ideologiche: i villani producono la ricchezza; il signore se ne impadronisce legittimamente, ma non potrebbe serbarla per sé; deve ridistribuirla fra tutta la cavalleria, e in primo luogo fra la «giovinezza». Di questa ridistribuzione la corte è l’organo [e] la liberalità ne è il motore. Per essa i «giovani» sono mantenuti in uno stato di dipendenza ed è questa la ragione per cui […] tutta la corte è invasa dall’invidia diretta a coloro che sono padroni del loro danaro; dall’impazienza di succedere, di disporre infine di beni, di rendite che non verrebbero più da un signore di cui bisogna sopportare gli umori”.
Il signore gestisce questa distribuzione di ricchezza che serve a tenere a freno i giovani come un concorso: “I vincitori, quelli che i signori aiutano a uscire per primi dalla giovinezza, a installarsi prima in una situazione signorile, sono i più leali, i più arditi nelle cavalcate, i più pronti a impegnarsi in una serie di prove, di avventure che non finiscono mai. La liberalità tiene dunque in esercizio. In compenso non le si riconoscono limiti: i «giovani» reclamano sempre di più, il diritto di divorare a tutto spiano ciò che la signoria produce”.

La nascita dell’amor cortese è comunque legata non solo alle ragioni politiche e strategiche che conducevano alla presenza di un gran numero di giovani nella corte del signore, ma anche alle strutture di parentela diffuse nella società medievale. “Per non moltiplicare dei figli che avrebbero spezzettato l’eredità rischiando di portare alla decadenza dei troppo numerosi discendenti, il lignaggi, prudentemente, rifuggivano dal far prendere moglie ai figli. Meglio che mettesse su famiglia uno solo, il maggiore. Gli altri restavano «baccellieri», a meno che il loro signore, concedendo loro un feudo, dando loro in moglie l’erede di un vassallo defunto, non procurasse loro di che fondare una casa in proprio senza toglier nulla al patrimonio avito”.
In attesa che ciò accadesse, i giovani erano costretti a rimanere single, ma non senza donne: “la generosità dei signori doveva vegliare anche a fare in modo che i castelli abbondassero di ragazze compiacenti. Le frustrazioni della giovinezza non erano di natura sessuale – se non nel senso di questa lunga permanenza nella vita cavalleresca di una sessualità da adolescenti, di una situazione d’instabilità e di vagabondaggio. […] Infatti il matrimonio significava l’indipendenza infine conquistata: col matrimonio ci si sistemava. Senior, che si contrappone a juvenis, designava anche l’uomo sposato”.

E in tutto questo, anche la dama, la moglie del signore, era tenuta a mostrare la sua liberalità e svolgere il suo ruolo nel gioco che teneva i giovani cavalieri alle dipendenze del signore, il ruolo della posta in gioco: “Doveva dare, dare se stessa, gradualmente. La sua liberalità sembrava tanto necessaria quanto quella del suo signore e padrone. All’uno e all’altra, perché non crollasse l’intero edificio della società cortese, era vietato di abbandonarsi all’avarizia: lei non doveva rifiutarsi a questi giuochi, lui non doveva far niente per tenerla lontana” perché lo scopo di questi giochi era “«addomesticare» la «giovinezza». Col miraggio dell’adulterio non si potevano cullare i cavalieri nell’illusione di avere il sopravvento sui vecchi, sui ricchi, sui potenti? Alla loro aggressività si offriva una specie di sfogo, di compensazione ludica, poiché l’amore cortese […] come l’amicizia che il vassallo e il suo signore si dovevano a vicenda, rifiutava tutte le astuzie, tutti i maneggi che nei colloqui fra gli anziani dei lignaggi precludevano alle unioni matrimoniali”.
Duby ribadisce la funzione di controllo sociale di questo gioco: “Da una parte, l’amore cortese, con l’asservimento simulato del cavaliere alla dama eletta, con le sue lunghe tappe, le sue soddisfazioni chimeriche e graduali, fu il più efficace rimedio ideologico contro le contraddizioni interne della società aristocratica. D’altra parte non cessò mai di essere un giuoco di uomini. Il signore, da lontano, dissimulato, governava il concatenarsi delle peripezie, come da lontano governava l’apparente spontaneità dei tornei. […] Le donne non vi furono mai altro che delle figuranti. Delle esche. In ogni caso, semplicemente, oggetti. Tutti i poemi dell’amore cortese sono stati cantati da uomini e il desiderio che celebrano fu sempre un desiderio maschile”.

 

8 pensieri su “Medioevo Maschio, di Georges Duby (parte 5)

  1. Lady ci sono alcune cose che non mi sono chiare , ma quindi i cavalieri avevano rapporti sessuali con quelle donne compiacenti? e poi non ho be capito il rapporto della donna del signore cioè lei stuzzicava i cavalieri ma alla fine non succedeva niente? forse saranno domande stupide ma non mi sono chiare alcune cose.

    • No, tranquillo: non sono domande stupide, è la scrittura di Georges Duby a essere inutilmente difficile. Per questo mi sono impegnata a riassumere il libro: trovo interessante il contenuto, ma non lo farei leggere a nessuno.
      La risposta a entrambe le tue domande dovrebbe essere sì: la morale cristiana non si applicava, nei castelli, alle donne della servitù (e comunque, se avessero ceduto alle avance o ai ricatti dei cavalieri, sarebbe stata colpa loro – un po’ come le molestie sul lavoro oggi). E non credo che i signori feudali di mezza Europa permettessero alle loro mogli di scegliersi un amante, perché questo avrebbe incrinato il loro prestigio. L’amore cortese, secondo Duby, era un gioco a sfiorare la possibilità di avere un giorno una moglie, giocando con la moglie del signore.

      • Capisco ma questo i signori lo sapevano? cioè anche se per gioco non mi piacerebbe se la mia compagna ci provasse con un altro uomo… oltretutto dal mio punto di vista(certo di una persona non del medioevo) se un mio Cavaliere vedo che è fedele e che mantiene altro il prestigio del “casato” penso che potrei ricompensarlo cercando di “raccomandarlo” verso un matrimonio magari con una donna di una famiglia importante.

      • I signori si servivano di questo gioco per tenere tutti i cavalieri di cui si circondavano sotto controllo. è strano pensarlo per noi, ma era un codice culturale efficace nel disciplinare in modo soft la sessualità dei giovani uomini, finché non fossero appunto diventati adulti degni che il signore trovasse loro una sposa. Non si negava la loro sessualità, ma al contempo non la si lasciava libera: la si incanalava in un gioco sottile, una sorta di edging del corteggiamento se mi permetti la metafora.

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