La carriera come prospettiva: un’intervista a Maria Cristina Bombelli

Riprendo il tema dell’articolo precedente (sulle “quote rosa”) relativo alla partecipazione femminile orientata alla carriera al mondo del lavoro. Nel 2012, come accennavo nel post precedente, la legge che introduceva le prime quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa aveva dato nuovo impulso al dibattito sul perché ci fosse bisogno di queste azioni affermative, su come rendesse più difficile per le donne arrivare ai livelli più alti e se fosse possibile risolvere questi problemi senza un’imposizione legislativa. La rivista Elle ha ospitato il dibattito come parte dello speciale SorElle d’Italia 2012, lasciando spazio a interviste a donne che hanno lavorato su questi temi a livello accademico.
Nell’articolo che riporto (in forma rielaborata) qui, Benedetta Rossi intervista Maria Cristina Bombelli, che all’epoca insegnava all’Università di Milano-Bicocca (dopo ben 22 anni di insegnamento alla Bocconi) e ora è proprietaria di Wise Growth, la sua agenzia di consulenza per il management. L’intervista, intitolata “Consigli di gran carriera”, prende spunto dai suggerimenti contenuti nel libro Careers advice for ambitious women, scritto da HeatherMcGregor, editorialista del Financial Times con lo pseudonimo di Mrs. Moneypenny. Confrontare i consigli del libro, scritto da un’americana, con le risposte di un’esperta italiana mette in evidenza le differenze fra le culture del lavoro nei due Paesi, differenze che si situano a livello di prassi implicite, di sfumature nell’accettabilità sociale, di orientamenti sociali e culturali che le donne (ma anche gli uomini) devono essere preparate a navigare.
Per ragioni di leggibilità, i consigli sono riportati in corsivo e i commenti di Maria Cristina Bombelli fra virgolette.

1. La donna deve fare come l’uomo. Ma meglio. Deve fare di più.
“Dipende dal tasso di meritocrazia. Se l’organizzazione aziendale dove si è inserite guarda il merito, no. Ma in molte aziende la donna deve ancora fare “meglio” dell’uomo. In Italia la situazione sta migliorando”.
2. Costruisci le qualifiche, ti daranno sicurezza. Oggi non basta l’università. Ci vuole la migliore università. Investi nel tuo futuro.
“Sono d’accordo. La qualificazione è importantissima. Le donne devono rendersi conto che avere una laurea in ingegneria rispetto a una in filosofia ti mette in pole position per un eventuale lavoro. Certo, le statistiche parlano di un aumento delle donne nelle facoltà qualificanti (ben inteso, qualificanti per il mondo del lavoro) ma siamo ancora al 25 per cento. E questo non per via del soffitto di cristallo. Sono proprio loro che non si iscrivono”.
3. Sviluppa un tuo stile nel lavoro e offri il tuo aiuto quando non hai bisogno di niente in cambio.
“Io l’ho fatto, non per calcolo, ma perché mi andava, e per generosità. Ho partecipato a convegni e incontri dove non ero pagata, e anche se ero molto stanca ci sono andata ugualmente. Poi col tempo quegli appuntamenti si sono rivelati utili per il mio network. Ma è una questione di stile, appunto. C’è chi lo fa di più e chi di meno”.
4. Tieni un database delle tue conoscenze.
“Ricordo una donna che voleva cambiare lavoro e venne da me con un database, dicendo: ‘Guarda, ho tutte queste conoscenze’. Io l’ho ammonita: ‘Non è il numero di connessioni ma la qualità che conta’. Un database deve essere sostanziato da una certa conoscenza. Altrimenti è un elenco di nomi”.
5. Non parlare male degli altri.
“Facciamo un distinguo. Io trovo che si possano criticare dei comportamenti, anche di una donna. Ma il parlare male è un’altra cosa, è il pettegolezzo, è il giudizio brutto. Conosco professionalmente Elsa Fornero e quando sento dei commenti personali su di lei mi spiace molto, anche perché la trovo una delle donne più competenti d’Italia. Si può essere d’accordo o no con la sua riforma, ma questo è un altro discorso, e poi esiste la libertà di critica. Ma quando si attacca il lato personale, si tocca un livello davvero basso”.
6. Vai anche dove non sei stata invitata. Usa degli stratagemmi, ma entra nei luoghi dove ci sono quelli che “contano”.
“Mi sembra un episodio di Sex and the City, e questa è un po’ la cultura americana che traspare dal libro: trovo che molti dei consigli dati non siano deontologicamente corretti. Puoi cercare d’ottenere l’invito, ma infilarsi a tutti i costi no!”.
7. Devi avere dei modelli di riferimento femminili. Per assorbire, imparare e, al limite, copiare da loro.
“Tema importantissimo che aiuta le donne a raffigurarsi cosa vogliono diventare, trovando una propria ispirazione. Noto che quando le giovani ascoltano quelle con una certa esperienza, sono molto confortate. Soprattutto per la conciliazione, oggetto di grande preoccupazione. Ieri ero in un’azienda a fare un corso post maternità e, a fine giornata, le donne si dicevano: ‘Prima del figlio avevo delle preoccupazioni. Non sapevo cosa fare, come fare. Ma conoscere altre donne che ci sono passate, aiuta’. È il principio del self help: ‘Lei ce l’ha fatta e mi dice come’. Ciò è utile anche quando il role model è una donna a capo di una grande azienda: ci fa vedere come ha gestito il potere, come ha saputo affrontare critiche e attacchi e farlo con successo. In Italia, dove c’è ancora scarsità di role model femminili, questo tema è attualissimo”.
8. Impara a dire di no. Noi donne siamo delle extreme pleasers, con la sindrome della brava ragazza, non possiamo fare a meno dell’altro e perciò ce ne accaparriamo la stima, anche a nostro discapito. Gli uomini si percepiscono indipendenti e noi interdipendenti. 
“È così, esattamente. Perché abbiamo una neurobiologia diversa, e il nostro sistema limbico è più legato alla parte corticale. A questo sostrato emotivo si aggiunge la dimensione culturale nella quale ‘dobbiamo’ essere brave ragazze, seduttive, piacenti. Lavoro molto con le giovani e insegno loro la differenza tra fare le cose per sé e farle per compiacere gli altri. Se non mettiamo mai dei paletti, coviamo insofferenza. Col risultato che poi esplodiamo e passiamo dall’assertività all’aggressività. Fondamentale è capire che se diciamo di no una volta, non crolla il mondo. […] Saper negoziare è importante. Conosco una donna che lavora nel marketing, è da poco mamma perciò fa un orario più breve per allattare. Però si lamenta che le riunioni vengono sempre messe tardi e lei arriva dal figlio in ritardo per la poppata. Alla domanda: ‘Ma l’hai detto? Hai spiegato che stai allattando e devi uscire prima?’, lei risponde: ‘No, tanto me le farebbero fare lo stesso’. Ma il mio consiglio è: prova, chiedi. Non avere paura”.
9. Gli uomini si aspettano che facciamo le madri, le mogli e che lavoriamo. Si aspettano il multitasking. 
“Qui risiede il senso del libro: non sfiorare mai il delirio di onnipotenza. Nella cultura americana è diverso: nessuno cura la propria casa come noi, e tutti mangiano fuori. Noi italiane dobbiamo imparare a negoziare coi nostri mariti perché, anche se le cose stanno cambiando, vanno ‘riportati all’ordine’. E poi, sarà pur vero che siamo multitasking ma attenzione: l’altro giorno ho incontrato una collega in Bocconi e alla domanda ‘come stai?’ mi ha risposto ‘Sono ostaggio del multitasking!’. Diamoci degli obiettivi, poniamoci dei limiti, altrimenti facciamo male tutto!”.
10.  Impara il linguaggio del denaro. Controllare le tue finanze ti darà libertà.
“Noi tendiamo a sottovalutare il denaro. Siamo abituate alla gratuità della relazione. Io stessa ho fatto una grossa fatica a imporre la mia tariffa come libera professionista. Venivo incontro ai bisogni del cliente ancor prima che me li esponesse. Del resto è dimostrato che, a parità di livello in libera professione, la donna guadagna meno. Ma non per pay gap, proprio perché chiediamo meno. In America e in Italia”.
11. Dress to success. Prima che ogni decisione venga presa ricordati che verrà emesso un giudizio: e i primi giudizi si basano sull’apparenza. La cura di te deve essere completa: guardaroba, scarpe, capelli, unghie, sopracciglia, trucco, calze di ricambio…
“Che fatica! Questo punto riflette una visione iperperfezionista di stampo americano. Sicuramente, anche da noi, è importante conoscere la cultura organizzativa dell’azienda dove si lavora. Con chi abbiamo a che fare, che codici d’abbigliamento sono richiesti e azzeccare il vestito ‘giusto’. Per esempio, alcune giovani si presentano ai colloqui in modo inappropriato. Se una poi decide di trasgredire, lo può fare, ma con consapevolezza e non ingenuamente. Per quanto riguarda la cura del look, vorrei sottolineare che molte donne, che lavorano ad alti livelli, non hanno il tempo materiale per curarsi in maniera così perfetta. Elsa Fornero, la cito ancora, non aveva un look così curato prima di diventare ministro. Certo, un po’ d’attenzione al ruolo che vuoi raggiungere ci vuole. E questo vale per uomini e donne. Sto facendo un coaching a un ragazzo con ottime chance, ma che parla troppo velocemente. Un grosso impedimento alla sua carriera. Gliel’ho fatto notare – ‘Credi che un amministratore delegato parli come te?’ – e l’ho spiazzato. Parlare così veloce può andare benissimo per posizioni d’ordine, ma se fai carriera la tua visibilità aumenta e la leadership passa anche per come ti vesti, per come usi il corpo, per come ti esprimi… Ci vuole cura ma non bisogna farne una fissa”.
12. Impara ad accettare lavori compiuti bene all’80 per cento. Less than perfect, va bene lo stesso.
“Verissimo! Impariamo a non essere perfettine!”.

A completamento di questi 12 consigli, Benedetta Rossi chiede a Maria Cristina Bombelli di commentare altre affermazioni tratte dal libro. Ve le riporto seguendo lo stesso schema di cui sopra.
Il titolo del manuale è ‘Consigli di carriera per donne ambiziose’. Ma come è vista in Italia la parola ‘ambizione’?
“Male, e dalle donne stesse. Ho un’esperienza di coaching al femminile e quando chiedo alle mie donne di dire ‘sono brava e voglio fare carriera’, mi accorgo che è una frase che non riescono a dire. Il concetto d’ambizione è visto al negativo, è sinonimo d’arrivismo. Forse perché per noi il potere non è una motivazione in sé. Le donne pensano e dicono: io lavoro con chi mi piace e con chi stimo. E anzi mi butterei nel fuoco per chi stimo. Ma con chi non stimo no, non voglio lavorare. Se questo libro avrà una traduzione in Italia, sono sicura che cambieranno il titolo”.
Non è mai troppo tardi per cambiare lavoro, creare un’azienda, lanciarsi in un progetto, imparare. Anche da un licenziamento.
“È vero, anche per via di un progressivo allungamento della vita. Oggi per una donna è anche più facile costruire e modellare la propria vita. Prima facevi un lavoro e lo facevi per sempre, fino alla pensione. Oggi, soprattutto chi lavora nel terziario avanzato, a fine carriera, può fare consulenza, mettersi in proprio, inventarsi un blog. C’è un forte tema di mobilità. Che non significa che non esiste più il posto fisso, ma che quel posto, a un certo punto della vita, può diventare un’altra cosa. Prima poteva essere comprensibile lavorare per vent’anni nello stesso luogo, adesso doverci stare per 40 diventa asfissiante”.
Non puoi farcela da sola. Assumi le persone giuste, promuovile, sii gentile e approachable (ndr: raggiungibile, disponibile al contatto faccia-a-faccia). Non cadere nel tranello della donna tremenda con le altre donne. Non intimidirle. Comunica.
“Vero. E speriamo che la tipologia alla Diavolo veste Prada sia archiviata. È ansiogena e poco produttiva. In Italia si riscontra ma è un modello vecchio. Le 40enni oggi sono più approachable, lo stile della leadership sta cambiando. Ma la cosa più difficile è tenere sotto controllo l’invidia femminile. Un lato oscuro e ancestrale del nostro comportamento”.
Il segreto è delegare. Vuoi un lavoro di alto profilo? Investi in strutture domestiche al top. Se guadagni tu, dai lavoro ad altre donne che si occupano della tua casa e queste potranno pagare gli studi alle loro figlie. Il circolo è virtuoso.
“Verissimo. È provato anche dai macroeconomisti: il lavoro domestico in outsourcing aumenta il PIL. Per quanto riguarda la delega, siate flessibili. Io, per esempio, ho delegato tutta la pulizia della mia casa da quando sono nati i miei figli, e a volte mi arrabbio se qualcosa non è a posto, ma bisogna essere tolleranti. Altrimenti siamo spacciate!”.
Sii brava a costruire relazioni: il tuo capitale sociale è fondamentale.
“Il capitale sociale, ovvero il network costituito dalla quantità e qualità di conoscenze che si hanno professionalmente e no, è un tema che le donne sottovalutano. Credono che basti fare un buon lavoro per avere un passaggio di carriera o una gratificazione economica. E invece bisogna costruire un network, anche se farlo consapevolmente, a tavolino, come suggerisce il libro, è difficile”.

Cosa possiamo “portare via” da questa intervista? In primo luogo, che l’ambiente culturale dei lavori “al top”, come si evince dalle descrizioni che ne fa Maria Cristina Bombelli, richiede un orientamento mentale, una dedizione personale che va oltre la sfera strettamente lavorativa, ma coinvolge il modo in cui l’individuo deve essere. E questo modo di essere è plasmato dagli uomini e per gli uomini, quindi fare carriera è principalmente una questione (almeno secondo questo orientamento liberale) di superare gli ostacoli che sono dentro di noi, che sono un prodotto del nostro processo di socializzazione in quanto donne, per arrivare a una posizione in cui si è in grado con la propria autorità, capacità di leadership, presenza simbolica, di cambiare la mentalità e rendere la vita più leggera per quelle che verranno dopo le pioniere. Questo presuppone che le discriminazioni siano soprattutto una questione di persistenza di bias e pregiudizi obsoleti, anche se naturalmente esse hanno anche una dimensione strutturale legata al funzionamento del welfare, che poggia a sua volta su aspettative legate alla ripartizione di genere del lavoro di cura. Al giorno d’oggi, la situazione è di pregiudizi che plasmano le politiche sociali e il funzionamento dei servizi, i quali creano vincoli strutturali nel mercato del lavoro che alimentano, di riflesso, gli stessi pregiudizi, ma non dobbiamo dimenticare che l’esistenza di questo sistema è il riflesso del modo in cui la società era effettivamente, stabilmente organizzata fino agli anni ’70.
Posta questa premessa, mi rendo conto che è più facile cambiare i pezzi “culturali” del puzzle piuttosto che quelli strutturali, e che sarà una maggiore presenza femminile negli strati della società dove si concentrano il potere e la capacità decisionale a portare a una ridefinizione del puzzle, piuttosto che il contrario. Quindi, spero che le ragazze della mia generazione possano effettivamente godere dello scenario che Maria Cristina Bombelli ha delineato in questo articolo, una volta raggiunto il primo lavoro stabile da cui iniziare a progettare le proprie vite. Lo spero anche per me stessa, quando finirò i miei studi.

6 pensieri su “La carriera come prospettiva: un’intervista a Maria Cristina Bombelli

  1. Allora sicuramente la questione lavoro femminile è molto complessa e ancor di più quando si parla di donne al vertice , la nostra nazione è messa peggio rispetto a molte altre nazioni europee , come viene detto ritengo che una donna per arrivare ai vertici debba faticare il doppio se non il triplo rispetto a un uomo questo è un grave problema non dobbiamo dimenticare che le donne sono il 51% della popolazione ,in questo modo si escludono molti talenti che potrebbero fare prosperare l’azienda oltre alle quote rose ai qualche idea per risolvere/arginare il problema?

    • Questa serie di post mostra tutta la complessità del tema, e questa complessità esige che le azioni per risolvere il problema siano coordinate: ci vogliono gli asili nido, ci vuole una selezione basata sul merito che non presupponga che un figlio sia un handicap, ci vuole una mentalità da parte delle donne che non renda vero il pregiudizio sopra sul figlio come handicap, e una cultura aziendale che non veda l’impegno solo in termini di tempo speso in azienda, ma di risultati.

      • Sicuramente il fatto di avere molte aziende importanti guidati da uomini anziani quindi con una mentalità spesso non al passo con i tempi non facilità le cose , aggiungo che spesso riuscire a scalare una società da dentro e fare carriera dal basso (al di la del fatto di essere uomini o donne) è molto difficile specialmente qui in Italia a differenza di altri paesi.

      • Infatti mi ha colpito molto il commento di Anna Maria Artoni sul fatto che l’unico ascensore sociale in Italia è l’imprenditoria…mi ripropongo di approfondire il tema, in aprile inizierò un corso di formazione sul tema “Genere, politica e istituzioni” e spero che ne parleremo, mentre per adesso non ho a disposizione risorse per documentarmi.

  2. Infatti anche in TV si vede l’imprenditore giovane che c’è l’ha fatta ma difficilmente si vede qualcuno che ha scalato un azienda ,sicuramente questo è un limite molto grosso per le aziende in quanto molti talenti sono spesso impossibilitati o mostrare il loro vero potenziale.

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